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Francesco d’Assisi, “Laudes creaturarum”

Francesco: una preghiera cosmologica

Il primo testo letterario in volgare italico

 

Francesco d’Assisi (c.1182-1226)
Laudes creaturarum
(Cantico di frate Sole, o Cantico delle creature) (1225?)

 

Anche se non darà origine a un genere letterario specifico, il Cantico di frate sole (Canticum fratris solis) o Cantico delle creature (Laudes creaturarum) di Francesco d’Assisi, composto in prosa ritmica e assonanzata intorno al 1225, presenta caratteristiche che l’hanno fatto considerare giustamente il primo testo della letteratura in volgare italico: ha dignità di contenuto; si inserisce nella tradizione culturale italiana (in particolare medievale latina); è scritto in una lingua che, pur con evidenti tracce umbre, è priva degli aspetti dialettali più spiccati, e può aspirare ad essere compresa da un pubblico geograficamente e socialmente vasto.

Il Cantico è forse l’unico testo in volgare scritto da Francesco, che detta invece la Regola, le Ammonizioni ai fratelli, le lettere, le lodi e le preghiere in latino, com’era consuetudine al suo tempo. Secondo Tommaso da Celano, suo primo biografo, Francesco amava soprattutto comporre in francese; eppure per la sua opera più nota egli ricorre al volgare umbro: un volgare privato dei tratti dialettali più spiccati, aperto a espressioni d’uso comune fuori dell’Umbria (umbro-toscano, umbro-abruzzese), e arricchito da latinismi. La scelta linguistica è rivelatrice della natura e degli scopi di un testo, che vuole essere curato in quanto lode a Dio, e insieme umile in quanto destinato a una predicazione rivolta a persone semplici, non necessariamente appartenenti all’Ordine francescano.

Scritto (o piuttosto dettato) molto probabilmente nel convento di Chiara a San Damiano nel 1225, si ispira al biblico “Cantico dei tre fanciulli nella fornace” (Daniele 3, 51-90) e al libro dei Salmi, in particolare gli ultimi sette (144-150) detti alleluiatici, ossia di lode a Dio. E in effetti, benché in volgare, ha la forma di un salmo, o piuttosto di un cantico (una preghiera biblica in forma di salmo, contenuta in un libro diverso da quello dei Salmi). Secondo le fonti doveva essere intonato in una cantillazione sillabica (forse sul tipo dei toni salmodici, o nello stile recitativo degli antichi inni liturgici non metrici, come il Gloria o il Te Deum), non conservata se non in tracce di dubbia interpretazione.

Il testo canta la bellezza degli elementi del creato: l’amore  per le creature è essenzialmente una risposta all’amore col quale e per il quale Dio ha dato vita al mondo. Tuttavia la contemplazione ammirata delle realtà visibili presuppone anche una elaborazione intellettuale tipica del sec. XIII: si ascende alle realtà invisibili attraverso le visibili; dietro e oltre la bellezza delle creature, si intuisce la bellezza di Dio.

Nell’esordio il Cantico pone l’incommensurabile distanza fra uomo e Dio; tuttavia l’abisso può essere colmato al modo delle creature: esse con la loro esistenza, con la realizzazione di se stesse, costituiscono lode vivente a Dio. Persino l’imperfezione del peccato può non costituire ostacolo, se accompagnata dal perdono e dall’accettazione della sofferenza.

Nota metrica: il testo è in prosa ritmica, diviso in versetti di varia lunghezza (come i salmi e i cantici biblici), raggruppati in lasse (da 2 a 5 versetti, sulla cui corretta suddivisione però i filologi ancora discutono), legati da assonanze, raramente da rime (cfr. vv. 10-11, 32-33), e quasi sempre rispettosi del cursus, secondo i dettami della retorica curiale pontificia. Come in tutte le letterature delle origini, la distinzione fra poesia e prosa è molto labile.

 

Altissimu, onnipotente, bon Signore, [a]
tue so’ le laude, la gloria e l’honore (1) et onne benedictione. *

Ad te solo, Altissimo, se konfano, (2) [b]
et nullu homo ène dignu te mentovare. (3)

* Si discute se separare o mantenere unita questa lassa alla seguente. Lo stesso più avanti.
1 Grafia etimologica, come pure per homo (vv. 4 e 28), benedictione (v. 2), spetialmente (v. 6), significatione (v. 9), pretiose (v. 11), ecc.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,                             5
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual’è iorno, (4) et allumini (5) noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione. (6)

2 “si addicono”.
3 “menzionarti”.
4 “giorno”.
5 “illumini”.
6 “porta significato di te”, rimanda a te.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle: [c]                          10
in celu l’ài formate clarite (7) et pretiose et belle.

7 “chiare”, splendenti.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo (8) et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le tue creature dài sustentamento.

8 “nuvolo”, nuvoloso.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’acqua.                                           15
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

 

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini (9) la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

9 “illumini”.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,                         20
la quale ne (10) sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba. [d]

10 “ci”, noi.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo (11) infirmitate et tribulatione. *

Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,                                                   25
ka da te, Altissimo, sirano (12) incoronati.

11 “sostengono”, sopportano.
12 “saranno”.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà (13) ne le tue sanctissime voluntati,                     30
ka la morte secunda (14) no ‘l farrà male.

13 Il soggetto è “morte”.
14 “la seconda morte”, la dannazione eterna.
15 “servitelo”, congiuntivo esortativo in luogo dell’imperativo; “li” equivale a “gli”, a lui (dativo, come in latino).

Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli (15) cum grande humilitate.

 

 

 Sintesi del contenuto

• Il Cantico si apre con l’invocazione a Dio, formulata con solennità. [1-4]
• La seconda parte del testo è un’intensa lode a Dio, scandita dalla ripetizione della formula «Laudato si’»; vi partecipano tutte le creature: il sole, la luna e le stelle (mondo celeste), poi i quattro elementi fuoco, acqua, aria e terra (mondo sublunare), in rappresentanza di tutte le creature costituite dalla loro composizione. [5-22]
• La terza parte è dedicata all’uomo e ha una forma più meditativa e penitenziale: il pensiero si rivolge in particolare alla morte e alla vita ultraterrena. [23-31]
• La conclusione riprende in forma circolare i termini dell’inizio. [32-33]

 Guida alla lettura

[a] Il Cantico di frate sole è intessuto di forme linguistiche umbre: esito in -u di Altissimu (v. 1); forme in -ano e -fano (vv. 3, 25, 26, 29) con una -n- sola; ène per è (v. 4); l’iniziale di iorno (v. 7); messor per messer (v. 6). Tuttavia la lingua usata da Francesco d’Assisi è priva degli aspetti dialettali più spiccati, e quindi può essere compresa anche da destinatari non necessariamnente di origine umbra. Si noti in particolare la tecnica dell’accumulazione degli attributi disposti in paratassi, e che il loro ritmo è tendenzialmente ternario riguardo a Dio, quaternario per gli elementi, e binario per l’uomo.

[b] Contini ha rilevato la presenza del cursus in tutto il testo (tranne che nel v. 18, forse per una lacuna: enallùmini <nói> la nócte):
   - planus (–|): grànde splendóre; peccàta mortàli;
   - velox (–|–): Altìssimo se konfàno; sanctìssime voluntàti;
   - trispondaicus (–|–): mòrte corporàle; vivènte pò skappare;
è assente invece il cursus tardus (–|).
La presenza del cursus e di una certa elaborazione retorica (anafore e ripetizioni, accumulazione numerologicamente calibrata di aggettivi e sostantivi, assonanze e rime) può avere più spiegazioni: Francesco si ispira ai testi liturgici (salmi e cantici biblici); oppure sente l’esigenza di arricchire di ornamenti la parola umana della lode a Dio; o forse desidera esprimere rispetto per il papa, riprendendo lo stile usato nei documenti della curia pontificia.

[c] Secondo gli studi più recenti il per (presente anche nei vv. successivi) andrebbe inteso con valore causale (“a causa di”): si tratta dunque di una lode a Dio in quanto creatore. Ma potrebbe anche avere, in modo polisemico, valore d’agente (“da parte di”), strumentale (“per mezzo di”), ovvero mediale (“attraverso”: lodando le creature si loda Dio).

[d] Il Cantico presenta una diversità di struttura concettuale: la prima parte è contemplativa e serena; la seconda (vv. 23-ss) medita sul perdono, la sofferenza, la morte. Le biografie antiche di Francesco, secondo l’uso medievale di stabilire connessioni fra il contenuto delle opere e la vita dell’autore, o forse proprio nel tentativo di spiegare le differenze strutturali menzionate, raccontano che la prima parte del Cantico (vv. 1-22) fu elaborata dopo l’episodio della certificatio:al termine di una notte tormentata dal dolore agli occhi e dalla molestia dei topi, una visione celeste avrebbe garantito a Francesco la salvezza; la strofa sul perdono (vv. 23-26) sarebbe stata dettata a seguito della ricomposizione, a opera di Francesco, di un conflitto fra il vescovo e il podestà di Assisi; infine i versetti sulla morte (27-31) sarebbero stati composti quando Francesco fu spiritualmente avvertito della fine imminente.

(a cura di Luigi Tonoli, 2008)

 Approfondimenti

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Due rarissimi autografi sopravvissuti di Francesco d’Assisi, la lettera (conservata a Spoleto) e la benedizione (ad Assisi) entrambe indirizzate a frate Leone, mostrano la scrittura e la cultura latina non brillantissima di un già ricco borghese laico nell’Umbria fra XII e XIII secolo.