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Catullo, 5 "Vivamus mea Lesbia atque amemus"

Catullo: mille e non più mille

Il primo carme dei baci

 

C. Valerius CATULLUS, Carmina, 5

 

Nota metrica: endecasillabo falecio.

 

Viuamus mea Lesbia atque amemus
rumoresque senum seueriorum
omnes unius aestimemus assis.

Soles occidere et redire possunt
nobis cum semel occidit breuis lux
nox est perpetua una dormienda.

Da mi basia mille deinde centum
dein mille altera dein secunda centum
deinde usque altera mille deinde centum.

Dein cum milia multa fecerimus
conturbabimus illa ne sciamus
aut ne quis malus inuidere possit
cum tantum sciat esse basiorum.

 

Viviamo mia Lesbia e amiamo
e le chiacchiere dei vecchi troppo severi
tutte valutiamo[le] di un asse.
I soli possono cadere e ritornare;

a noi, quando una sola volta cade (è caduta) la breve luce,
notte è perpetua unica da dormire.
Dammi mille baci, poi cento

poi mille altri, poi secondi cento
poi fino ad altri mille, poi cento.
Poi, quando [ne] avremo fatto molte migliaia,

li confonderemo, perché non sappiamo,
o perché qualche malvagio non possa invidiare,
poiché tanto sa esser[ci] di baci.

 

 Traduzioni a confronto

1. Parmindo Ibichense (pseudonimo in Arcadia di F.M. Biacca, Milano 1740)

   Viviam, Lesbia, viviamo, e amiamci insieme,
E de’ vecchi più austeri
Stimiam le ciarle un zero.
Se vedi a sera il sol tuffarsi in mare,
La mattina tu ‘l vedi far ritorno;
Una volta per noi, ch’è spento il giorno
Sonno d’eterna notte i sensi ingombra.
Dammi, Lesbia, baci mille
E poi cento appresso a quelli,
Torna quindi un’altra volta
Darne mille e cento ancora,
E allora, che a molti mila
Saremo giunti, tra di loro
Si confondano, e tra noi
Se ne perda ancora il conto;
Così non potrà alcun da invidia mosso
Cangiar maligno nostra gioia in pianti,
Sapendo che fur baci, e non già quanti.

2. L. Subleyras (Verona 1770)

   Viviam, mia Lesbia, e amiamo,
E del senil rigore
Nulla i biasmi curiamo.
Rinasce il Sol che more;
Spenta a noi breve luce,
Notte eterna s’adduce.
Or mille baci e cento
Dammi, e mille, e poi cento.
Ed altri mille e cento.
Indi migliaia assai
Confondiam: né mai
Gl’Invidi sien capaci
Di contar tanti baci.

3. R. Pastore (Venezia 1797)

   Viviam, mia Lesbia, e ‘n pace amiamci,
E tutti i strepiti tegniam per nulla
De’ vecchi rigidi: tramontar puote
E poi rinascere a mane il sole:
A noi perpetua da dormir resta
Notte nerissima, poiché una fiata
Questa ne spensesi fral luce breve.

4. A. Penizzi (Venezia 1846)

   Amarci, vivere,
Mia vaga Lesbia,
Sia il primo, l’unico
Nostro pensier:
   E le impotenti
Grida noievoli
Lasciam che spargano
Loquaci ai venti
I vecchi altier.

   Morir ben possono
I dì volvendosi,
Che poi ritornano
A comparir;
   Ma a noi se questa
Luce nascondesi,
Una perpetua
Notte funesta
Si dee dormir.

   Via cara, donami,
Di que’ dolcissimi
Baci, che sogliono
L’alma bear;
   A mille a mille
Qui su le labbia,
Qui, cara, stampane
Su le pupille,
Né ti stancar.

   Poi l’ampio numero
Sì confondiamone,
Che inosservabile
Divenga ognor;
   Né noccia a nui
Del vero nòvero
Inconsapevole
Il guardo altrui
Fascinator.

5. D. Bocci (Torino 1874)

   Godiam la vita, o Lesbia,
Godiam la vita, e amiamo,
E de’ vecchi bisbetici
Nulla il garrir curiamo.

   I giorni morir possono
E riedere; a noi dopo
Un breve sol, perpetua
Notte dormire è d’uopo.

   Oh, mille e cento donami
Fervidi baci tuoi,
E cento e mille in seguito,
E mille e cento poi!

   E quando immenso un cumulo
Di mila e mila avremo,
Per non saperlo, a studio
Le cifre arrufferemo,

   E per non far che invidia
I denti suoi ci mostri,
Vedendo tanto il numero
Esser de’ baci nostri.

6. M. Rapisardi (Milano-Palermo-Napoli 1882)

   Godiamo, o Lesbia, mia Lesbia, amiamo,
E de’ più rigidi vecchi i rimproveri
Meno d’un misero asso stimiamo.
Tramontar possono gli astri e redire:
Noi, quando il tenuo raggio dileguasi,
Dobbiam perpetua notte dormire.
Baciami, baciami, vuo’ che mi baci:
A cento scocchino, a mille piovano
Qui su quest’avida bocca i tuoi baci:
E poi che il numero sfugge a noi stessi,
Baciami, baciami, sì che l’invidia
Non frema al computo de’ nostri amplessi.

7. L. Toldo (Imola 1883)

   Viviam mia Lesbia, amiamo,
Al brontolio dei rigidi
Vecchiardi non badiamo:
Tramonta il sol, ma torna;
Se cade il di fuggevole,
Per noi più non raggiorna.
Mille di baci tuoi
Cento eppoi mille donami
Ed altri cento poi;
E cento e cento mila;
E così giunti al numero
Di più migliaia in fila,
Tosto vogliam la traccia
Confonder; perché il cumulo
Non ci si legga in faccia.

8. C. De Titta (Lanciano 1890)

   Godiamo, o Lesbia, mia Lesbia, amiamo,
Né degli austeri vecchi curiamo
L’acri rampogne. Tramonta il giorno,
Ma all’oriente poi fa ritorno:
Spento il dì breve di nostra vita
Noi dormiremo notte infinita.

   Su mille baci dammi e poi cento,
Mill’altri e cento ne vo’ contar,
Ancora mille, non son contento,
Cent’altri ancora, segui a baciar.

   Allor che molte migliaia avremo
Fatte di baci, col loro suon
Il loro numero confonderemo
Per non sapere quanti ne son,

   Perché non abbiano certi malnati,
Sapendo quanti baci da te
Ho avuti e quanti io te n’ho dati,
D’invidia ad ardere contro di me.

9. D. Menghini (Gallarate 1891)

   Viviam, o Lesbia mia, viviamo amando
e ad ogni ciarla degli austeri vecchi
diamo il valor d’un asse: il sol cadere
e risorgere può, ma se una volta
il breve giorno tramontò per noi,
dormir dobbiamo una perpetua notte.
Mille baci mi da’, poscia altri cento
e mille ancora ed altri cento ancora,
e mille e mille e cento e cento e infine
dopo molte migliaia, mescoliamli
per non saperli o perché alcun maligno
invidiar non ce li possa mai,
de’ nostri baci il numero sapendo.

10. G. Mazzoni (Milano 1915)

   Viviam, mia Lesbia, viviamo e amiamo
E quante chiacchiere fanno gli arcigni
Vecchi, contiamole men d’un quattrino.
I soli spengonsi, ma san tornare;
Noi, se mai spegnesi la breve luce,
Dobbiam perpetua notte dormire.
Oh mille baciami volte e poi cento,
Mille ancor baciami volte e poi cento,
Mille altre baciami volte e poi cento!
Poi, fatto il numero di più migliaia,
Rimescoliamoli, da non sapere
Più quanti sieno, né possa un tristo
Invidiarceli tutti quei baci!

11. A.C. Volpe (Bologna 1930)

       Viviamo, mia Lesbia, viviamo, e nessuno ci contenda l’amarci!

Lasciamo borbottare i vecchi savi: non valgono insieme un centesimo. Il sole va e torna; noi aspetta una notte eterna, dopo che il breve giorno, che ci sorride oggi così dolce, è tramontato. Donami cento, mille baci, altri mille e altri cento ancora; e ancora cento e mille! e poi confondiamone il numero, dopo averne fat-te molte migliaia, acciocché noi li ignoriamo, e il malvagio geloso non possa rubarceli, sapendone egli così grande il numero!

12. G. Sbodio (Milano 1933)

       Sete di baci

Godiamo la vita, o mia Lesbia, ed amiamo, e tutto il brontolare dei vecchi ar-cigni stimiamolo un asse. I giorni posson morire e tornare; ma noi quando si è spenta la breve luce della vita, una notte eterna dobbiamo dormire.

Dammi mille baci e poi cento, poi altri mille e poi altri cento, poi di seguito al-tri mille e poi cento. E quando ne avremo fatto molte migliaia, li mescoleremo per non saperli più contare o perché qualche maligno non ce li possa invidiare, sapendo che c’è un così gran numero di baci.

13. G. Mazzoni (Bologna 1939=1966)

   Viviam, mia Lesbia, - viviamo e amiamo!
E mutrie e prediche - di brontoloni
Vecchi, stimiamole - men d’un quattrino.
I Soli cadono, - ma san tornare;
Noi, da che spengesi - la luce breve,
Una perpetua - notte dormiamo.
Oh mille baciami - volte e poi cento,
Mille ancor baciami - volte e poi cento,
Mille altre baciami - volte e poi cento,
E giunti al numero - di più migliaia,
Rimescoliamole, - per non sapere
Quante mai siano, - né possa un tristo
Invidiarceli - tutti que’ baci.

14. C. Scelfo (Bronte s.d. [1930-1940])

       Viviamo

Viviamo, o mia Lesbia, ed amiamo. Nulla
C’importi delle ciarle de’ severi
Censori. Il sole cade e torna ancora.
Quando l’ombra di morte ci ricopra,
Tetra ed eterna notte dormiremo.
Oh dammi mille baci, e dopo cento;
Poi altri mille, ed altri cento ancora;
Ed altri mille ancora, ed altri cento.
Quando molte migliaia n’avremo dati,
Confonderli dovremo, perché a noi
Non sian noti, o perché nessun maligno
Ce l’invidii, sapendo quanti sono.

15. V. Errante (Milano 1945)

       Esortazione a Lesbia

   Viviamo, Lesbia mia, viviamo e amiamoci!
E i brontolii dei troppo austeri vecchi,
tutt’in fascio, stimiamoli un quattrino.

   Se pur tramonta, può tornare il sole.
Ma noi, quando la breve luce sparve,
dormir dobbiamo una notte perpetua.

   Oh dammi mille baci; e, quindi, cento;
e ancora mille; ed altri cento, poi:
e così sempre, via, di mille in cento.

   E quando sommeranno a più migliaia,
le imbroglieremo: a che non torni il conto
e ad evitar di un invido il malocchio,
se mai risappia quanti sono stati.

16. E. D’Arbela (Milano 1947=1957)

Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci, e le mormorazioni dei vecchi arcigni stimiamole tutte meno di un quattrino. I soli possono tramontare e tornare, ma quando per noi tramonta la breve giornata, dobbiamo dormire una sola e perpetua notte. Dammi mille baci e poi cento, poi ancora mille e poi di nuovo cento, e poi di seguito ancora mille e poi cento. Poi, quando ne avremo sommate molte migliaia, li confonderemo per non saperne il numero, e perché nessun maligno ci possa dare il fascino, sapendo che si sono dati tanti baci.

17. P. Venchi (Sirmione 1948=1988)

Godiamoci la vita, o mia Lesbia, e vogliamoci bene, infischiandoci dei vecchi censori brontoloni. I giorni passano, ma ritornano: noi una volta morti, notte eterna ci attende. Dammi un bacio, un altro, cento, mille ancora e poi non con-tiamoli più perché i maligni non possano formulare a nostro danno cattivi presagi.

18. C. Saggio (Milano 1949=1955)

   Viviamo, o Lesbia mia, viviamo e amiamo
e i brontolii dei troppo arcigni vecchi
tutti contiamoli un quattrino solo.
Il sole se tramonta può tornare;
ma noi, poiché la breve luce cadde,
dobbiam dormire una perpetua notte.
Oh mille baci dammi e ancora cento,
ed altri mille e poi di nuovo cento,
quindi mille altri ancora e ancora cento;
e quando molte mila ne avrem fatti,
li mischieremo, sì da non saperli,
e che nessun malvagio n’abbia invidia,
quando egli sappia che son tanti baci.

19. P. L. Mariani (Milano 1950)

   Godiamoci la vita, o Lesbia, e amiamoci
ed il noioso brontolar dei vecchi
moralisti stimiamo un soldo appena.
Possono i soli tramontare e ancora
tornare: a noi, quando una volta spengasi
la breve luce della vita, notte
perpetua attende, col suo buio sonno.

   Donami mille baci, e quindi cento
ed altri mille ed altri cento ancora:
e poi mille di nuovo e ancora cento.
Quando molte migliaia ne avrem fatte,
per non saperle mai, confonderemo:
ché nessun invidioso, di malocchio
possa colpirci, allora che s’accorga
correr tra noi sì gran festa di baci.

20. Salvatore Quasimodo (Milano 1955=1993)

   Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille,
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.

21. M. Guma (Napoli 1961)

   O mia Lesbia, godiam l’amor, la vita,
E dei vecchi accigliati i brontolii
Calcoliamoli tutti un asse solo.
Muore il sole ogni giorno e sa tornare;
Mentre a noi, se la breve luce muore,
Tocca eterna dormir sol’una notte.
Mille baci tu dammi e quindi cento,
E poi mille di nuovo e ancora cento,
E poi mille di nuovo e sempre cento.
Poi che molte migliaia n’avremo aggiunte,
Mescoliamoli alfin per non saperli.
Né il malocchio d’un tristo mai ci colga,
Quando sappia di baci sì gran copia.

22. G. B. Pighi (Verona 1961= senza divisione in versi Torino 1974)

   Viviamo, Lesbia mia, e amiamo,
e le mormorazioni dei vecchi che fanno i severi,
tutte insieme, non le stimiamo un soldo.
I soli tramontano e ritornano:
per noi, quando una volta è tramontato il breve dì,
notte perpetua da dormire senza fine.
Dàmmi mille baci, poi cento,
poi altri mille, poi altri cento,
poi via via altri mille, poi cento.
Poi, quando avremo fatto molte migliaia,
le confonderemo, per non sapere quante,
o perché nessun invidioso ci porti male,
quando sappia ch’esiste una tale infinità di baci.

23. L. Pepe - N. Scivoletto (Roma 1968)

Godiamoci la vita, o Lesbia mia, e amiamoci e non stimiamo più d’un soldo tutti i borbottii dei vecchi troppo austeri. Il sole può tramontare e tornare: noi invece, una volta tramontata la breve vita, dobbiamo dormire una sola notte senza fine. Dammi mille baci, poi cento, poi altri mille e poi ancora cento, indi altri mille e poi cento. Poi quando ce ne saremo scambiati molte migliaia, ne imbroglieremo la somma, per ignorarla o perché un qualche malevolo non abbia a colpirci col malocchio, al saper esserci stati tanti baci.

24. Guido Ceronetti (Torino 1969)

   Vita e amore a noi due Lesbia mia
E ogni acida censura di vecchi
Come un soldo bucato gettiamo via.
Il sole che muore rinascerà
Ma questa luce nostra fuggitiva
Una volta abbattuta, dormiremo
Una totale notte senza fine.
Dammi baci cento baci mille baci
E ancora baci cento baci mille baci!
Le miriadi dei nostri baci
Tante saranno che dovremo poi
Per non cadere nelle malìe
Di un invidioso che sappia troppo,
Perderne il conto scordare tutto.

25. Mario Ramous (Bologna 1971)

   Godiamoci la vita, mia Lesbia, l’amore
ed ogni mormorio dei vecchi più acidi
consideriamolo un soldo bucato.
I giorni che muoiono possono tornare,
ma se questa nostra breve luce muore,
noi dormiremo un’unica notte senza fine.
Dammi mille baci e ancora cento,
dammene altri mille e ancora cento,
sempre, sempre mille e ancora cento.
E quando alla fine saranno migliaia,
per scordare tutto ne imbroglieremo il conto,
perché nessuno possa constringere
in malie un numero di baci così grande.

26. F. Della Corte (Milano 1977)

   Godiamoci la vita, o Lesbia mia, e i piaceri dell’amore;
a tutti i rimproveri dei vecchi, moralisti anche troppo,
non diamo il valore di una lira.
Il sole sì che tramonta e risorge;
noi, quando è tramontata la luce breve della vita,
dobbiamo dormire una sola interminabile notte.
Dammi mille baci e poi cento,
poi altri mille e poi altri cento,
e poi ininterrottamente ancora altri mille altri cento ancora.
Infine, quando ne avremo sommate le molte migliaia,
altereremo i conti o per non tirare il bilancio
o perché qualche maligno non ci possa lanciare il malocchio,
quando sappia l’ammontare dei baci.

27. E. Cetrangolo (Milano 1978)

       La breve luce

   Alziamo, Lesbia, confidenti il volto
al riso dell’amore: e se le ciarle
de’ vecchi ci castigano stimiamole
il valore d’un soldo. I giorni possono
andare o ritornare, ma una volta
che a noi sarà caduta questa breve
luce del tempo una infinita e sola
notte dovremo immobili dormire.
Ma dammi mille baci e cento e mille
e ancora cento e mille ed altri ancora;
poi, quando ne avrem fatti le migliaia,
perché taccia confusa ogni malia,
li mischieremo e non sapremo il numero.

28. E. Mandruzzato (Milano 1982=19925)

   Dobbiamo Lesbia mia vivere, amare,
le proteste dei vecchi tanto austeri
tutte, dobbiamo valutarle nulla.
Il sole può calare e ritornare,
per noi quando la breve luce cade
resta una eterna notte da dormire.
Baciami mille volte e ancora cento
poi nuovamente mille e ancora cento
e dopo ancora mille e dopo cento,
e poi confonderemo le migliaia
tutte insieme per non saperle mai,
perché nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci.

29. F. Caviglia (Roma-Bari 1983)

   Viviamo ed amiamoci, o mia Lesbia:
le chiacchiere dei vecchi troppo seri
stimiamole tutte due soldi.
Il sole può cadere e ritornare,
ma noi - quando la nostra breve luce
si sarà spenta una volta -
avremo una notte soltanto
da dormire infinita.
Dammi mille baci e altri cento,
ed altri mille, e dopo, ancora cento.
Quando saranno migliaia
confonderemo il conto,
per non sapere,
o per evitare il malocchio
di un invidioso,
quando saprà
che sono stati tanti i nostri baci.

30. E. Savino (Milano 1985)

       Resta un’eterna notte da dormire

   Viviamo, Lesbia, facciamo l’amore.
Lasciamoli sbavare i vecchi duri.
Non valgono uno zero, tutti insieme.
Albe ci sono, e declini di sole.
Per noi luce breve. Quando declina
resta un’eterna notte da dormire.
Dammi mille baci. Ora altri cento.
Ora altri mille, poi ancora cento.
Ne avremo fatti molte volte mille,
li mischieremo, e non sapremo quanti.
E l’invidioso non farà il malocchio
a noi, sapendo quanti sono i baci.

31. M. Arduino (Sirmione 1992)

   O Lesbia cara, amiamoci e viviamo.
I commenti malevoli dei vecchi
stimiamo meno d’una monetina.
Dopo il tramonto, il sole può tornare:
a noi, spenta che sia la breve luce,
tocca dormire una perpetua notte.
Tu dammi mille baci e quindi cento
ed altri mille dopo ed altri cento
e mille in successione e cento ancora.
Così, quando saranno più migliaia,
ne perderemo il conto, ad evitare
che taluno, cui nota sia la somma,
possa farci, invidioso, una malia.

32. quomodo (marzo 1995)

       Mille e non più mille

   Con me la vita, Lesbia mia, e l’amore;
i versacci di cariatidi vecchiarde
li avremo tutti in conto d’una lira.

   Conoscono i soli i tramonti ed i ritorni:
noi, al primo tramontare della breve luce,
notte senza fine avremo a dormire.

   Dammi mille baci, e cento ancora,
poi mille altri, e altri cento poi,
poi fino a mille ancora, e ancora cento.

   Poi ne faremo una somma colossale,
e soffieremo il turbine per non più saperli,
o che un guardone non scagli una fattura
contando esatto il numero dei baci.