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Guinizzelli, “Al cor gentil”

Guinizzelli: non me fu fallo s’in lei posi amanza

Un nuovo concetto di nobiltà

 

Guido Guinizzelli (c.1230-?), dalle Rime, 4

È la canzone programmatica del «saggio»: fra amore e cor gentil esiste una identità naturale. Dante ne fa la sintesi in Vita nuova xx: «Amore e ‘l cor gentil sono una cosa, | sì come il saggio [Guinizzelli, appunto] in suo dittare pone», e in Inferno v, 100: «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende». L’idea centrale si sviluppa poi in abbondanza d’immagini rielaborate dalla tradizione, ma assume anche, in modo del tutto nuovo, una valenza metafisico-teologica (e Guinizzelli diventa per antonomasia «il saggio»). La lode alla donna, insomma, prende la forma della celebrazione di un’apparizione salvifica. L’amata, infatti, è in grado, per la sua propria virtù, di portare a compimento l’innata capacità di amare dell’uomo: solo grazie alla donna l’uomo conosce la perfezione della propria natura.

Nota metrica: canzone di sei stanze, tutte capfinidas tranne l’ultima (vv. 10-11: foco | Foco; vv. 20-21: ‘nnamora | Amor;  vv. 30-31: ferro | Fere; vv. 40-41: splendore | Splende). La fronte, in endecasillabi, ha schema delle rime AB, AB; la sirma, in endecasillabi e settenari, schema cDc, EdE. Le strofe sono anche collegate da riprese di rime e consonanze. L’ultima stanza, pur in modo non convenzionale, sostituisce il congedo.

 

1.   Al cor gentil rempaira (1) sempre amore [a]
com’a la selva ausgello (2), i·lla verdura (3);
    né fe’ amor anti che gentil core,
né gentil core anti ch’amor Natura (4): [b]
    ch’adesso con’ (5) fu ‘l sole,                             5
sì tosto (6) lo splendore fu lucente, [c]
né fu davanti (7) ‘l sole;
e prende amore in gentilezza loco (8)
così propïamente (9)
come calore in clarità di foco.                          10

1 “rimpatria”, torna abitualmente. Gallicismo dal latino repatriare. - 2 “augello”, uccello. - 3 “nella verzura”, tra il verde. - 4 “Natura” è soggetto: “la natura non fece amore prima del cuore gentile, né viceversa”. - 5 “non appena”. - 6 “subito”. - 7 “prima”. - 8 “prende luogo”, abita. - 9 “altrettanto appropriatamente”.

2.   Foco d’amore in gentil cor s’aprende (10)
come vertute (11) in petra prezïosa,
    che da la stella valor no i (12) discende
anti (13) che ‘l sol la faccia (14) gentil cosa;
    poi che n’ha tratto fòre (15)                             15
per sua forza lo sol ciò che li (16) è vile (17),
stella li (18) dà valore:
così lo cor ch’è fatto da natura
asletto (19), pur, gentile,
donna a guisa di stella lo ‘nnamora.                 20
10 “si accende”. - 11 “virtù”, energia specifica. La scienza medievale riteneva che le pietre preziose avessero poteri magici, infusi da una stella. - 12 “vi”, in esso. - 13 “avanti”, prima. - 14 “faccia diventare”. - 15 “fuori”. - 16 “vi”. - 17 “ignobile”. Vile è l’opposto di gentile. - 18 “le”, alla pietra. - 19 “eletto”, scelto. Gallicismo.
3.   Amor per tal ragion sta ‘n cor gentile
per qual (20) lo foco in cima del doplero (21):
    splendeli al su’ diletto (22), clar, sottile;
no li stari’ altra guisa (23), tant’è fero (24).
    Così prava (25) natura                                     25
recontra (26) amor come fa l’aigua il foco
caldo, per la freddura (27).
Amore in gentil cor prende rivera (28)
per suo consimel (29) loco
com’adamàs (30) del ferro in la minera (31).              30

20 “per tale ragione, per quale”, proprio come. - 21 “doppiere”, torcia doppia. - 22 “a suo piacimento”. - 23 “non gli starebbe in altro modo”. Il fuoco tende per natura verso l’alto. - 24 “fiero”. - 25 “cattiva”. - 26 “contrasta”. - 27 “freddo”. - 28 “si accampa”. - 29 “consimile”, affine. - 30 “dia­man­te”. - 31 “nella miniera di ferro”. Al diamante la scienza antica attribuiva la stessa qualità del magnete di ferro, da cui secondo i lapidarî medievali nasceva.

4.   Fere (32) lo sol lo fango tutto ‘l giorno:
vile reman, né ‘l sol perde calore;
    dis’ (33) omo alter (34): «Gentil per sclatta torno» (35);
lui semblo (36) al fango, al sol gentil valore:
    ché non dé dar om fé (37)                                35
che gentilezza sia fòr di coraggio (38)
in degnità d’ere’ (39)
sed (40) a vertute (41) non à gentil core,
com’aigua porta raggio (42)
e ‘l ciel riten (43) le stelle e lo splendore.              40

32 “ferisce”. - 33 “dice”. - 34 “altèro”, superbo. 35 “torno nobile per schiatta”, sono nobile di stirpe. - 36 “paragono”. - 37 “perché l’uomo non deve dar fede”, non si deve credere. - 38 “fuori dal cuore”. - 39 “in privilegio di erede”. - 40 “se”. - 41 “[disposto] alla virtù”. - 42 “si lascia trapassare dal raggio”. - 43 “trattiene”.

5.   Splende ‘n la ‘ntelligenzïa (44) del cielo
Deo crïator più che [‘n] nostr’occhi ‘l sole:
    quella (45) intende suo fattor (46) oltra cielo,
e ‘l ciel volgiando (47), a Lui obedir tole (48); [d]
    e consegue (49), al primero (50),                           45
del giusto Deo beato compimento (51),
così dar dovria (52), al vero,
la bella donna, poi che [‘n] gli occhi splende
del suo gentil (53), talento (54)
che mai di lei obedir (55) non si disprende (56).         50

44 “intelligenza [angelica]”. Le intelligenze angeliche sono nove e ciascuna di esse presiede al movimento di una sfera celeste, traducendo in atto la volontà divina. - 45 “essa”, l’intelligenza angelica. - 46 “fattore”, creatore. - 47 “volgendo”, facendo girare. - 48 “prende a ubbidirgli”. - 49 “ottiene”. - 50 “immediata­men­te”. - 51 “il compimento della beatitudine”. - 52 “dovrebbe”. - 53 “del suo nobile [amante]”. - 54 “desiderio”. - 55 “di obbedirle”. - 56 “non smettere”.

6.   Donna, Deo mi dirà: «Che presomisti?» (57),
sïando (58) l’alma (59) mia a lui davanti.
    «Lo ciel passasti e ‘nfin a Me venisti
e desti in (60) vano amor Me per semblanti (61):
    ch’a Me conven le laude                              55
e a la reina del regname degno,
per cui (62) cessa onne fraude (63)».
Dir Li porò (64): «Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
non me fu fallo (65), s’in lei posi amanza (66)». [e]      60

57 “che hai presunto”, cos’hai preteso. - 58 “essendo”. - 59 “anima”. - 60 “per”, a. - 61 “paragone”. - 62 “per la quale”. - 63 “frode”, peccato. - 64 “potrò”. - 65 “colpa”. - 66 “innamoramento”.

 

 Sintesi del contenuto

1. Amore ha sede nel cuore gentile. Come il sole e la sua luce, così la gentilezza e l’amore hanno origine simultanea.
2. Come la pietra diventa preziosa quando, purificata dal sole, accoglie l’influsso di una stella, così il cuore s’innamora quando, creato nobile dalla natura, ha la grazia di incontrare la donna.
3. L’amore è presente necessariamente nel cuore gentile; come il fuoco non può non stare in cima alla torcia.
4. Il cuore è nobile per natura, non per dignità ereditaria: il fango non può diventare pietra preziosa.
5. L’amante non dovrebbe avere altro scopo che quello di obbedire all’amata; così come ogni intelligenza angelica muove il proprio cielo per il solo desiderio di rispondere alla volontà di Dio.
6. Al rimprovero di Dio per essere stato comparato a un amore profano, il poeta risponde di esservi stato indotto dall’amore per una creatura dalle sembianze angeliche.

 Guida alla lettura

[a] La parola-chiave gentil è ricorrente, in varia forma, nelle prime cinque stanze. Ne risulta ribadito con forza un concetto che sarà ampiamente discusso dai poeti successivi. Secondo Guinizzelli l’amore è riservato ai cuori gentili, cioè alle persone nobili per natura. Se ne possono ricavare due considerazioni: 1) esiste una sorta di predisposizione o predestinazione all’amore; 2) l’amore non ha di per sé la capacità di rendere nobile un cuore. Guinizzelli insomma afferma con convinzione la totale naturalità dell’amore. Cavalcanti seguirà la teoria naturalistica e deterministica di Guinizzelli, arricchendola di nuovi significati filosofici e descrivendone soprattutto gli esiti drammatici. Per Dante invece la donna non sarà semplicemente simile a un angelo del paradiso, ma sarà essa stessa angelo, e in quanto tale sarà in grado di far nascere gentilezza e di dar vita ad amore («Ne li occhi porta la mia donna Amore, | per che si fa gentil ciò ch’ella mira», Vita nuova xxi).

[b] La forte posposizione mette in particolare risalto il soggetto natura, parola-chiave attorno alla quale si costruisce la teoria guinizzelliana.

[c] Il lessico della luce (sole, splendore, splende, stella, lucente, clarità), già patrimonio della poesia siciliana e siculo toscana, rivela anche echi della letteratura religiosa, soprattutto francescana, nella quale tuttavia a quei termini si attribuiscono ben più profondi significati cosmologici e metafisici: «La prima parola di Dio ha creato la natura della luce e ha disperso le tenebre e dissolto la tristezza e ha reso immediatamente ogni specie lieta e gioiosa» (Roberto Grossatesta, Commentario all’Hexaémeron, sec. XIII); «Quanto splendore ci sarà quando la luce del sole eterno illuminerà le anime glorificate… Una gioia straordinaria non può essere nascosta, se erompe in gaudio o in giubilo e canti per quanti verrà il regno dei cieli» (Bonaventura da Bagnoregio, Sermoni VI, sec. XIII).

[d] Secondo le concezioni filosofiche e cosmologiche del tempo, Dio agisce sul mondo sensibile attraverso una serie di intermediari. Le intelligenze angeliche, ad esempio, fanno muovere i cieli, rappresentati nella concezione tolemaica come nove sfere concentriche (trasparenti come cristallo) che circondano la terra. In ognuno di essi è infisso un astro (pianeta) che manda il proprio influsso sulla terra (così ad esempio si spiegano la generazione e la crescita degli esseri viventi).

[e] La canzone può essere divisa in tre parti. La prima è costituita dalle tre stanze iniziali, strutturalmente simili: in ciascuna di esse, al verso iniziale che afferma la stretta connessione fra amore e cor gentile, seguono similitudini con evidenti riferimenti alla tradizione precedente. La quarta e la quinta stanza, dedicate al tema della gentilezza e dell’azione della donna, si aprono invece con un’immagine a cui segue l’esposizione del pensiero più originale di Guinizzelli, che dà anche un significato nuovo all’immagine stessa. La presenza del vocativo Donna attribuisce all’ultima stanza la funzione di congedo (nel commiato infatti è abituale rivolgersi al destinatario del testo). La strofa tuttavia si distanzia dalla tradizione perché, invece di concludere, apre, con la forma drammatica del dialogo, una nuova prospettiva e sposta il piano tematico dalla terra al cielo. L’immagine non nuova della donna angelo assume il significato di presenza beatificante, e la condizione di inferiorità del poeta rispetto alla donna si afferma in modo radicale. Si prepara insomma l’avvento della poetica della lode.

(a cura di Luigi Tonoli, 2008)