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Peri, “Euridice” - 4

SCENA QUARTA

Venere e Orfeo.

Venere

   Scorto da immortal guida,
arma di spene e di fortezza l’alma,
ch’avrai di morte ancor trionfo e palma.

Orfeo

   O dea, madre d’Amor, figlia ‘l gran Giove,
che tra cotante pene
ravvivi ‘l cor con sì soave speme,
dove mi scorgi? Dove
rivedrò quelle luci alm’e serene?

Venere

   L’oscuro varc’onde siam giunti a queste
rive pallid’e meste
occhio non vid’ancor d’alcun mortale:
rimira intorno e vedi
gl’oscuri campi e la città fatale
del re che sovra l’ombre ha scetro e regno;
Sciogli ‘l tuo nobil canto
al suon dell’aureo legno:
quanto morte t’ha tolto ivi dimora.
Prega, sospira e plora:
Fors’avverrà che quel soave pianto
Che moss’à il ciel, pieghi l’inferno ancora.

Venere si parte, e lascia Orfeo nell’Inferno.

Orfeo

1.  Funeste piaggie, ombrosi orridi campi,
che di stelle o di Sole
non vedeste già mai scintill’o lampi,
rimbombate dolenti
al suon dell’angosciose mie parole,
mentre con mesti accenti
il perduto mio ben con voi sospiro;
e voi, dhe di pietà del mio martiro
che nel misero cor dimora eterno,
lacrimate al mio pianto, ombre d’inferno.

2.  Ohimè! Che su l’aurora
giunse all’occaso il Sol degl’occhi miei.
Misero. E ‘n su quell’ora
che scaldarmi a’ bei raggi io mi credei,
morte spense il bel lume e fredd’e solo
restai fra ‘l pianto e ‘l duolo,
com’angue suol in fredda piaggia il verno.
Lacrimate al mio pianto, ombre d’inferno.

3.  E tu, mentr’al ciel piacque,
luce di questi lumi
fatti al tuo dipartir fontane e fiumi,
che fai per entro i tenebrosi orrori?
Forse t’affliggi e piagni
l’acerbo fato e gl’infelici amori?
Dhe, se scintill’ancora
ti scalda ‘l sen di quei sì cari ardori,
senti, mia vita, senti quai pianti e quai lamenti
versa ‘l tuo caro Orfeo dal cor interno.
Lacrimate al mio pianto, ombre d’inferno.

Plutone

   Ond’è cotanto ardire
ch’avanti al dì fatale
scend’a’ miei bassi regni un huom mortale?

Orfeo

   O degl’orridi e neri
campi d’inferno, o dell’altera Dite
eccelso re, ch’alle nud’ombre imperi,
per impetrar mercede,
vedovo amante, a questo abisso scuro
volsi piangendo e lacrimando il piede.

Plutone

   Sì dolci preghi e sì soavi accenti
non spargeresti invan se nel mio regno
impetrasser mercè pianti o lamenti.

Orfeo

   Dhe, se la bella diva,
che per l’acceso monte
moss’a fuggirti invan ritrosa e schiva,
sempre ti scopri e giri
sereni i rai della celeste fronte,
movat’il tristo suon de’ miei sospiri,
vagliami il dolce canto
di questa nobil cetra,
ch’io ricovri da te l’anima mia.
L’alma, dhe, rendi a questo cor dolente,
rendi a quest’occhi il desiato Sole,
a quest’orecchie il suono
rendi delle dolcissime parole,
o me raccogli ancora
tra l’ombre spente ove il mio ben dimora.

Plutone

   Dentro l’infernal porte
non lice ad huom mortal fermar le piante.
Ben di tua dura sorte
non so qual nuov’affetto
m’intenerisc’il petto.
Ma troppo dura legge,
legge scolpita in rigido diamante,
contrast’a’ preghi tuoi miser’amante.

Orfeo

   Ahi! che pur d’ogni legge
sciolt’è colui che gl’altri affrena e regge.
Ma tu del mio dolore
scintilla di pietà non senti,
hai lasso, e non rammenti
come trafiggha amor, come tormenti?
E pur sul monte dell’eterno ardore
lagrimasti ancor tu servo d’amore!
Ma dhe, se ‘l pianto mio
non può nel duro sen destar pietate,
rivolgi il guardo a quest’alma beltate
che t’accese nel cor sì bel desio:
mira, signor, dhe mira
com’al mio lagrimar dolce sopira
tua bella sposa e come dolci i lumi
rugiadosi di pianto a me pur gira.
Mira, signor, che mira
quest’ombre intorno e quest’oscuri numi:
come d’alta pietà vint’al mio duolo
par che ciascun si strugga e si consumi.

Proserpina

   O re, nel cui sembiante
m’appago sì ch’il ciel sereno e chiaro
con quest’ombre cangiar m’è dolc’e caro,
dhe, se gradito amante,
unqua trovaste in questo sen raccolto
onda soave all’amorosa sete,
s’al cor libero e sciolto
dolci fur queste chiome e lacci e rete,
di sì gentil’amante acqueta ‘l pianto.

Orfeo

   A sì soavi preghi,
a sì fervid’amante
merced’anco pur nieghi?
Che fia però se fra tant’alme e tante
ried’Euridice a rimirar’il Sole?
Rimarran queste piagg’ignud’e sole?
Ahi! Che me seco e mille mill’insieme
diman teco vedrai nel tuo gran regno.
Sai pur che mortai vita all’or’estreme
vola più ratta che saett’al segno.

Plutone

   Dunque dal regn’oscuro
torneran l’alm’al cielo et io primiero
le leggi sprezzerò del nostr’impero?

Caronte

   Sovra l’eccelse stelle
Giove a talento suo comanda e regge;
Nettuno il mar corregge
e muov’a suo voler turbi e procelle;
tu sol dentro ai confin d’angusta legge
havrai l’alto governo,
non libero signor del vast’inferno?

Plutone

   Romper le proprie leggi è vil possanza,
anzi reca sovente e biasmo e danno.

Orfeo

   Ma degl’afflitti consolar l’affanno
è pur di regio cor gentil usanza.

Caronte

   Quanto rimira ‘l Sol volgend’intomo
la luminosa face,
al rapido sparir d’un breve giorno
cade morendo e fa qua giù ritorno:
fa’ pur leggie, o gran re, quanto a te piace.

Plutone

   Trionfi oggi pietà ne’ campi inferni
e sia la gloria e ‘l vanto
delle lagrime tue, del tuo bel canto.
O della regia mia ministri eterni,
scorgete voi per entr’all’aer oscuro
l’amator fido alla sua donn’avante.
Scendi, gentil amante,
scendi lieto e sicuro
entro le nostre soglie
e la diletta moglie
teco rimena ‘l ciel sereno e puro.

Orfeo

   O fotunati miei dolci sospiri!
O ben versati pianti!
O me felice sovra gl’altri amanti!

Coro. deità d’inferno *

Primo coro a 4.

1.  Poi che gl’eterni imperi
tolto dal ciel Saturno,
partiro i figli alteri,
da quest’orror notturno
alma non tornò mai
dal ciel’a dolci rai.

Risposta secondo coro.

2.  Unqua né mortal piede
calpestò nostr’arene;
che d’impetrar mercede
non nacque al mondo spene
in questo abisso, dove
pietà non punge e muove.

Radamanto

3.  Or di soave plettro
armato e d’aurea cetra,
con lagrimoso metro
canoro amante impetra
che ‘l ciel riveggha e viva
la sospirata diva.

Primo coro.

4.  Sì trionfaro in guerra
d’Orfeo la cetra e i canti,
o figli della terra,
l’ardir frenate e i vanti:
tutti non sete prole
di lui che regge il Sole.

Sopra il secondo coro ambedui e cori insieme.

5.  Scendere al centr’oscuro
forse fia facil opra,
ma quanto, ahi, quanto è duro
indi poggiar poi sopra.
Sol lice alle grand’alme
tentar sì dubbie palme.

Qui torna la scena come prima.