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Seneca, L'amico (ad Luc. 3)

Seneca: ei tantundem credis quantum tibi

L’amico ‘come dico io’

 

L. Annaeus SENECA (4 a.C. - 65 d.C.)

Ad Lucilium, III

 

Seneca Lucilio suo salutem. Seneca (dice) salute al suo Lucilio.
[1] Epistulas ad me perferendas tradidisti, ut scribis, amico tuo; deinde admones me, ne omnia cum eo ad te pertinentia communicem, quia non soleas ne ipse quidem id facere; ita [in] eadem epistula illum et dixisti amicum et negasti. Hai consegnato lettere da portarmi, come scrivi, a un amico tuo; poi mi ammonisci a non comunicare con lui tutte le cose pertinenti a te, perché non sei (saresti) solito neppure tu stesso farlo; così nella stessa lettera l’hai detto amico e hai negato.
Itaque si proprio illo verbo quasi publico usus es et sic illum amicum vocasti, quomodo omnes candidatos bonos viros dicimus, quomodo obvios, si nomen non succurrit, dominos salutamus, hac abierit. E così, se hai usato quella parola propria come (se fosse) pubblica e l’hai chiamato amico come diciamo ‘boni viri’ (brave persone) tutti i candidati, come salutiamo ‘signori’ quelli che incontriamo, se non sovviene il nome, passi.
[2] Sed si aliquem amicum existimas, cui non tantundem credis quantum tibi, vehementer erras et non satis nosti vim verae amicitiae. Tu vero omnia cum amico delibera, sed de ipso prius. Post amicitiam credendum est, ante amicitiam iudicandum.  Ma se stimi amico qualcuno cui non ti affidi altrettanto quanto a te, sbagli violentemente e non conosci abbastanza la forza della vera amicizia. Ma tu delibera tutte le cose con l’amico, ma prima (delibera) su di lui. Dopo l’amicizia si deve affidarsi, prima dell’amicizia si deve giudicare.
Isti vero praepostero officia permiscent, qui contra praecepta Theophrasti, cum amaverunt, iudicant, et non amant, cum iudicaverunt.  Ma mescolano i doveri sottosopra costoro che, contro i precetti di Teofrasto, quando hanno amato giudicano, e non amano quando hanno giudicato.
Diu cogita, an tibi in amicitiam aliquis recipiendus sit. Cum placuerit fieri, toto illum pectore admitte; tam audaciter cum illo loquere quam tecum. Pensa a lungo se qualcuno debba essere preso in amicizia da te. Quando ti sarà piaciuto che accada, ammettilo con tutto il cuore; parla con lui tanto audacemente che con te.
[3] Tu quidem ita vive, ut nihil tibi committas, nisi quod committere etiam inimico tuo possis; sed quia interveniunt quaedam, quae consuetudo fecit arcana, cum amico omnes curas, omnes cogitationes tuas misce. Fidelem si putaveris, facies. Nam quidam fallere docuerunt, dum timent falli, et illi ius peccandi suspicando fecerunt. Quid est, quare ego ulla verba coram amico meo retraham? Quid est, quare me coram illo non putem solum?  Tu, appunto, vivi così che non affidi a te stesso niente se non ciò che potresti affidare anche al tuo nemico; ma, poiché intervengono certe cose che la consuetudine ha reso segrete, mescola con l’amico tutte le cure, tutti i tuoi pensieri. Se l’avrai pensato leale, lo renderai (leale). Infatti alcuni hanno insegnato a ingannare, mentre temono di essere ingannati, e hanno dato a lui il diritto di peccare col sospettare. Che cosa c’è perché io ritragga qualche parola davanti al mio amico? Che cosa c’è perché io non mi pensi solo davanti a lui?
[4] Quidam quae tantum amicis committenda sunt, obviis narrant et in quaslibet aures, quicquid illos urserit, exonerant. Quidam rursus etiam carissimorum conscientiam reformidant, et si possent, ne sibi quidem credituri, interius premunt omne secretum. Neutrum faciendum est. Utrumque enim vitium est, et omnibus credere et nulli. Sed alterum honestius dixerim vitium, alterum tutius.  Alcuni le cose che devono essere affidate soltanto agli amici (le) raccontano a quelli che incontrano, e riversano in qualsiasi orecchio tutto ciò che li ha bruciati. Certi al contrario hanno terrore della consapevolezza anche dei carissimi, e se potessero, non affidandosi neppure a se stessi, premono più dentro ogni segreto. Non si deve fare nessuna delle due (cose). Entrambi infatti sono colpe: e affidarsi a tutti, e a nessuno. Ma una colpa la direi più ‘onorevole’, l’altra più ‘guardinga’.
[5] Sic utrosque reprehendas, et eos qui semper inquieti sunt, et eos qui semper quiescunt. Nam illa tumultu gaudens non est industria, sed exagitatae mentis concursatio. Et haec non est quies, quae motum omnem molestiam iudicat, sed dissolutio et languor.  Così rimprovera entrambi: e quelli che sono sempre inquieti, e quelli che sempre riposano. Infatti quella che gode del tumulto non è attività, ma corsa di mente esagitata. E non è quiete questa che giudica molestia ogni moto, ma dissoluzione e languore.
[6] Itaque hoc, quod apud Pomponium legi, animo mandabitur: «quidam adeo in latebras refugerunt, ut putent in turbido esse, quicquid in luce est.» Inter se ista miscenda sunt, et quiescenti agendum et agenti quiescendum est. Cum rerum natura delibera; illa dicet tibi et diem fecisse se et noctem.  Così ciò che ho letto in Pomponio sarà mandato a mente: «Certi a tal punto sono rifuggiti nei nascondigli, che credono sia nel torbido tutto ciò che è nella luce». Devono essere mescolate tra loro queste (cose): e da chi riposa si deve agire, e da chi agisce si deve riposare. Delibera con la natura: lei ti dirà che ha fatto e il giorno e la notte.
Vale. Sta’ bene.

  

 Problemi grammaticali

 

 Traduzione interpretativa (qm)

Caro Lucilio.

Hai affidato delle carte da portarmi a uno che – a tuo dire – è tuo amico; ma poi mi metti in guardia di non lasciarmi sfuggire con lui niente che ti riguardi, perché – dici – di solito non lo fai nemmeno tu: così con le stesse parole hai detto che è un amico e che non lo è.

Insomma: se hai usato quel termine specifico in senso generico, come lo intende la gente, e hai definito il tuo amico ‘amico’ tale e quale si dà dell’‘eccellenza’ a qualunque politicante, o del ‘signore’ a cani e porci quando non ti viene il nome, allora passi.

Ma se tratti da amico uno al quale non ti appoggi ciecamente come a te stesso, sbagli di grosso e non hai capito un accidente dell’autentica amicizia. Insieme con l’amico  devi poter compiere tutte le tue vere scelte esistenziali, anche se prima devi aver scelto lui. Una volta che hai fondato l’amicizia, ti devi abbandonare ciecamente; prima di fare amicizia, devi metterti in giovo. 

Certa gente pasticcia l’ordine normale delle cose: sono quelli che (al contrario di ciò che sostiene Teofrasto) prima si affezionano e poi si mettono in gioco, e una volta che si sono impegnati non provano più affetto.

Pondera bene se devi far posto a uno nella tua amicizia; quando poi hai deciso che deve essere, radicatelo bene dentro il cuore; abbi il fegato di comunicare con lui esattamente come fosse la tua anima.

Per un certo verso, tu devi vivere mettendo insieme nel tuo cuore niente che non potresti mettere dentro il cuore di uno che non è tuo amico; ma, dato che esistono cose istintivamente intime e private, nel cuore dell’amico devi sciogliere tutti i problemi, tutte le tue riflessioni. Se percepirà che tu lo senti in sintonia con te, lo farai capace di altrettanta sintonia. C’è chi ha allenato a tradire, giusto per l’angoscia d’esser tradito, e col continuo sospetto ha offerto un alibi alla violazione del patto. Esiste una ragione per cui io debba avere delle riserve di fronte a un amico? un motivo per non sentirmi davanti a lui solo con la mia anima?

Certi spiattellano al primo che passa cose che andrebbero messe insieme soltanto dentro il cuore di un amico, e scaricano nelle orecchie dell’ultimo venuto tutto ciò che gli brucia dentro. Certi, all’opposto, hanno orrore di condividere il loro mondo interiore perfino con gli amici più legati e – se appena potessero – non si appoggerebbero nemmeno a se stessi, schiacciando dentro di sé ogni moto inconscio. Non è giusto né uno né l’altro. Sono due sbagli, appoggiarsi a tutti o a nessuno (anche se – direi – uno ha più della mondanità, l’altro della misantropia).

Ecco: tieni le distanze sia da quelli che non trovano una sosta, sia da quelli che dalla sosta non sanno ripartire. In effetti, se sguazza nel caos, non è spirito costruttivo, ma frenesia di una personalità instabile e insofferente; e non è sosta interiore, se è infastidita da qualunque movimento, ma decadenza ed estinzione.

Così meriterà un angolino dello spirito ciò che ho letto in Pomponio: «c’è chi si è barricato nel suo bunker, tanto serrato da convincersi che è nebbia tutto ciò che è luce». Ci vuole un sano equilibrio tra gli estremi: chi sosta ha da agire, e chi agisce ha da sostare. Fai le tue scelte come fa la natura: lei ti dirà che e giorno e notte ha creato.

Ciao.