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Protonotaro, “Pir meu cori alligrari”

Protonotaro: mi ritornu in cantari

L’unico testo siciliano rimasto nella lingua originale

 

Stefano PROTONOTARO (sec. XIII)
dalle Poesie (1)

 

Il seguente è uno dei pochi testi siciliani trasmessi nella redazione originaria in lingua siciliana. Mentre gli altri componimenti della Scuola sono giunti in forma toscaneggiata, la canzone di Stefano Protonotaro (composta attorno alla metà del Duecento) mantiene la veste originale: un siciliano illustre, privo dei tratti dialettali più marcati. La singolarità dipende dal fatto che un erudito del ‘500, Giovanni Maria Barbieri, trascrisse la canzone da un codice per noi perduto e la inserì in un suo trattato. Il testo dunque si differenzia linguisticamente dagli altri per vicende legata alla tradizione manoscritta; per il resto i temi e la struttura si mantengono nel solco della poesia colta siciliana e provenzale: il ritorno del poeta alle gioie d’amore e al canto nella speranza di una ricompensa; il ricorso alle immagini dei bestiari per l’analisi della fenomenologia dell’amore.

Nota metrica. Canzone in endecasillabi e settenari formata da cinque coblas unissonans. La struttura rispetta il gusto trobadorico: la fronte è divisa in due piedi identici: abC, abC; la sirma è indivisa: dDEeFF; è presente la tornada, con lo stesso schema della sirma (vv. 61-66).

 

1.  Pir meu cori alligrari,
chi multu longiamenti (1)
senza alligranza e joi d’amuri è statu,
    mi ritornu in cantari,
ca forsi levimenti (2)                                          5
da dimuranza turniria in usatu
    di lu troppu taciri (3);
e quandu l’omu ha rasuni di diri,
ben di’ (4) cantari e mustrari alligranza,
ca senza dimustranza (5)                                  10
joi siria sempri di pocu valuri:
dunca ben di’ cantar onni amaduri. [a]

1 “lungamente”, a lungo.
2 “lievemente”, facilmente.
3 Il rimanere in un silenzio troppo prolungato si tradurrebbe in abitudine.
4 “de’ ”, deve.
5 “dimostrazione”, manifestazione.

2.  E si pir ben amari
cantau jujusamenti
omu chi avissi in alcun tempu amatu,                15
    ben lu diviria fari
plui dilittusamenti
eu, chi son di tal donna inamuratu,
    dundi (6) è dulci placiri (7),
preju e valenza e jujusu pariri (8)                        20
e di billizzi cutant’abundanza
chi illu m’è pir simblanza,
quandu eu la guardu, sintir la dulzuri,
chi fa la tigra in illu miraturi (9);

6 “dove” (provenzalismo).
7 “piacere”, fascino.
8 “gioioso apparire”, aspetto.
9 “nello specchio”.

3.  chi si vidi livari                                              25
multu crudilimenti
sua nuritura (10), chi ill’ha nutricatu:
    e, sí bonu li pari (11)

mirarsi dulcimenti
dintru unu speclu chi li esti amustratu,                 30
    chi l’ublïa siguiri (12).
Cusí m’è dulci mia donna vidiri:
ca ‘n lei guardandu, met[t]u in ublïanza
tutta autra mia intindanza (13),
sí chi instanti (14) mi feri sou amuri                       35
d’un colpu chi inavanza tutisuri (15).

 

10 “i piccoli” (gallicismo, in annominazione col seguente nutricato).
11 “così buono le appare”, le piace tanto (provenzalismo).
12 “che dimentica di seguirli”.
13 “ogni mio altro interesse”, passione.
14 “all’istante”.
15 “avanza, progredisce sempre più” (tutisuri è gallicismo).

4.  Di chi eu putia sanari
multu leg[g]eramenti,
sulu chi fussi a la mia donna a gratu
    meu sirviri e pinari;                                         40
m’eu duttu (16) fortimenti
chi, quandu si rimembra di sou statu,
    nu·lli dia displaciri.
Ma si quistu putissi adiviniri,
ch’Amori la ferissi di la lanza                              45
chi mi fer’e mi lanza (17), [b]
ben crederia guarir di mei doluri,
ca sintiramu (18) engualimenti arduri.

16 “dubito”, temo.
17 “trafigge”.
18 “sentiremmo”.

5.  Purrïami laudari
d’Amori bonamenti (19)                                        50
com’omu da lui beni ammiritatu (20);
    ma beni è da blasmari
Amur virasementi (21)
quandu illu dà favur da l’unu latu
    e l’autru fa languiri:                                          55
chi si l’amanti nun sa suffiriri,
disia d’amari e perdi sua speranza.
Ma eu suf[f]ru in usanza (22),
ca ho vistu adess’ (23) a bon suffirituri (24)
vinciri prova et aquistari unuri.                             60

19 “francamente”.
20 “rimeritato”, ricompensato.
21 “veracemente”.
22 “abitualmente”.
23 “sempre”.
24 “chi sa ben sopportare”.

6.  E si pir suffiriri
ni (25) per amar lïalmenti e timiri
omu acquistau d’amur gran beninanza,
dig[i]u avir confurtanza
eu, chi amu e timu e servi[vi] a tutturi                    65
cilatamenti plu[i] chi autru amaduri.

25 “o” (provenzalismo).

 

 Sintesi del contenuto

• Il canto come manifestazione dell’amore. [1-12]
• Il lessico dell’amor cortese: fascino, pregio, valore, aspetto attraente, bellezza. [13-21]
• La tigre, affascinata dal guardarsi allo specchio, dimentica di difendere i piccoli insidiati dai cacciatori. [22-27]
• L’amore come servizio e sofferenza. [28-40]

 Guida alla lettura

[a] Lo stile di Stefano Protonotaro si riconosce nel legame sintattico tra le stanze (qui lo si nota tra la seconda e la terza). Nella canzone la caratteristica è in connessione con la presenza di coblas capfinidas (1-2).

[b] È rilevante il ricorso a immagini proprie della poesia provenzale. La tigre affascinata dalla propria bellezza riflessa nello specchio è ripresa da Rigaut de Berbezilh, ed è arricchita da particolari desunti dalle leggende narrate nei bestiari medievali, come quella dell’astuzia dei cacciatori che, rapiti i cuccioli, disseminano di specchi la via di fuga per distrarre la tigre. Così anche la lancia di Peleo (e poi di Achille) che poteva ferire a un primo colpo e guarire a un secondo, è metafora diffusa fra i trovatori. La si trova, ad esempio, in Folquet de Marselha, e sarà ripresa anche da Dante (Inferno, XXXI, 4-ss). Il ricorrere di un’immagine convenzionale è impreziosito dal gioco della rima identica fra lanza sostantivo del v. 46 e lanza verbo del v. 47.

(a cura di Luigi Tonoli, 2008)