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Jakobson, Fattori e funzioni della comunicazione

Jakobson: fattori e funzioni della comunicazione

Il principio di equivalenza dalla combinazione alla selezione

 

Roman Jakobson (1896-1982)
da “Linguistica e poetica”
(1963), in Saggi di linguistica generale, pp. 185-194

 

Il linguaggio dev’essere studiato in tutta la varietà delle sue funzioni. Prima di prendere in considerazione la funzione poetica, dobbiamo stabilire qual è il suo posto fra le altre funzioni del linguaggio. Per tracciare un quadro di queste funzioni, è necessaria una rassegna sommaria dei fattori costitutivi di ogni processo linguistico, di ogni atto di comunicazione verbale. Il mittente invia un messaggio al destinatario. Per essere operante, il messaggio richiede in primo luogo il riferimento a un contesto (il “referente”, secondo un’altra terminologia abbastanza ambigua), contesto che possa essere afferrato dal destinatario, e che sia verbale, o suscettibile di verbalizzazione; in secondo luogo esige un codice interamente, o almeno parzialmente, comune al mittente e al destinatario (o, in altri termini, al codificatore e al decodificatore del messaggio); infine un contatto, un canale fisico e una connessione psicologica fra il mittente e il destinatario, che consenta loro di stabilire e di mantenere la comunicazione. Questi diversi fattori insopprimibili della comunicazione verbale possono essere rappresentati schematicamente come segue:  

  referente (o contesto)  
mittente messaggio destinatario
  canale (o contatto)  
  codice  

Ciascuno di questi sei fattori dà origine a una funzione linguistica diversa. Sebbene distinguiamo sei aspetti fondamentali del linguaggio, difficilmente potremmo trovare messaggi verbali che assolvano soltanto una funzione. La diversità dei messaggi non si fonda sul monopolio dell’una o dell’altra funzione, ma sul diverso ordine gerarchico fra di esse. La struttura verbale di un messaggio dipende prima di tutto dalla funzione predominante. Ma, anche se l’atteggiamento verso il referente, l’orientamento rispetto al contesto (in breve, la funzione cosiddetta referenziale “denotativa”, “cognitiva”) è la funzione prevalente di numerosi messaggi, la partecipazione accessoria delle altre funzioni a tali messaggi deve essere presa in considerazione da un linguista attento.

La funzione detta “espressiva” o emotiva, che si concentra sul mittente mira ad un’espressione diretta dell’atteggiamento del soggetto riguardo a quello di cui parla. Essa tende a suscitare l’impressione di una emozione determinata, vera o finta che essa sia; per questo il termine “emotivo” proposto da Marty si è rivelato preferibile a “emozionale”. Lo strato puramente emotivo, nella lingua, è rappresentato dalle interiezioni. Queste differiscono dai processi del linguaggio referenziale sia per la loro struttura fonica (sequenze foniche particolari o anche suoni insoliti in qualsiasi altro contesto), sia per la loro funzione sintattica (l’interiezione non è un elemento della frase, ma l’equivalente di una frase) «Tt! Tt! disse Mc Ginty»: tutto l’“enunciato”, proferito dal personaggio di Conan Doyle, consiste di due suoni avulsivi. La funzione emotiva, evidente nelle interiezioni, colora in qualche modo tutte le nostre espressioni al livello fonico, grammaticale e lessicale. Se si analizza il linguaggio dal punto di vista dell’informazione che esso trasmette, non si ha il diritto di limitare la nozione di informazione all’aspetto cognitivo del linguaggio. Un individuo che usa elementi espressivi per manifestare l’ironia o lo sdegno, trasmette una chiara informazione, ed è certo che questo comportamento linguistico non può essere paragonato, nonostante l’ardito confronto di Chatman, con attività non semiòtiche come quella, nutritiva, di “mangiar pompelmi”. In italiano, la differenza fra [si] affermativo e [si:] con allungamento enfatico della vocale, è un elemento linguistico convenzionale, codificato, come la differenza fra vocali brevi e lunghe nell’inglese [ðis] (questo) e [ði:s] (questi); ma nel caso di questa ultima coppia, l’informazione differenziale è fonematica, mentre nella coppia precedente è di carattere emotivo. [...] Supporre con Saporta che la differenza emotiva è un carattere non linguistico, «attribuibile all’attuazione del messaggio e non al messaggio stesso», significa ridurne arbitrariamente la capacita informazionale.

Un vecchio attore del teatro di Stanislavsky a Mosca mi raccontò come, al momento della sua audizione, quel famoso direttore gli chiedesse di trarre quaranta messaggi diversi dall’espressione segodnja večerom(“questa sera”), variando le sfumature espressive. Egli fece un elenco di circa quaranta situazioni emozionali, poi pronunziò la frase in questione in rapporto a ciascuna di queste situazioni, che il suo uditorio doveva riconoscere soltanto dai mutamenti nella forma fonica di quelle due parole. Nell’ambito della ricerca per la descrizione e l’analisi del russo corrente contemporaneo (condotta sotto gli auspici della Rockefeller Foundation), abbiamo chiesto a questo attore di ripetere il test di Stanislavsky. Egli annotò circa cinquanta situazioni che inquadravano quella stessa frase ellittica e registrò su nastro cinquanta messaggi corrispondenti. La maggior parte dei messaggi fu decifrata correttamente, e in tutti i particolari, da ascoltatori di origine moscovita. Aggiungerò che è facile sottoporre tutti i processi emotivi di questo genere ad un’analisi linguistica.

L’orientamento verso il destinatario, cioè la funzione conativa, trova la sua espressione grammaticale più pura nel vocativo e nell’imperativo, che, dal punto di vista sintattico, morfologico e spesso anche fonematico, si staccano dalle altre categorie nominali e verbali.

Le frasi imperative presentano una differenza fondamentale rispetto alle frasi dichiarative; queste possono, quelle non possono subire una verifica della verità. Quando, nella commedia di O’Neill, La Fontana, Nano (in un fiero tono di comando) dice «Bevete!»l’imperativo non può essere messo in dubbio dalla domanda “è vero o non è vero?” Al contrario essa può essere posta legittimamente dopo frasi come: “Si beveva”, “Si berrà”, “Si berrebbe”. Inoltre, a differenza delle frasi imperative, le frasi dichiarative sono convertibili in frasi interrogative: “Si beveva?”, “Si berrà?”, “Si berrebbe?”

Il modello tradizionale del linguaggio, come è stato chiarito in particolare da Bühler, era limitato a queste tre funzioni: emotiva, conativa e referenziale, e ai tre vertici di questo modello corrispondenti: alla prima persona (il mittente), alla seconda persona(ildestinatario) ed alla “terza persona” propriamente detta (qualcuno o qualcosa di cui si parla). Da questo modello triadico si possono facilmente dedurre certe funzioni linguistiche complementari. Così la funzione magica d’incantamento è essenzialmente una specie di trasposizione di una “terza persona”, assente o inanimata, nel destinatario di un messaggio conativo. «Questo orzaiolo possa seccarsi, tfu, tfu, tfu, tfu.» «Acqua, regina dei fiumi, aurora! Manda il dolore oltre il mare azzurro, in fondo al mare, come una grigia pietra che non, riemerga mai dal fondo del mare; che il dolore non venga mai ad opprimere il cuore leggero del servitore di Dio, che il dolore sia allontanato e sprofondato.» «Sole, fermati su Gabaon, e tu, luna, nella valle di Aialon! E il sole sifermò e la luna stette immobile» (Giosuè 10, 12). Tuttavia noi osserviamo altri tre fattori costitutivi della comunicazione verbale ai quali corrispondono tre funzioni linguistiche.

Vi sono messaggi che servono essenzialmente a stabilire, prolungare o interrompere la comunicazione, a verificare se il canale funziona (“Pronto, mi senti?”), ad attirare l’attenzione dell’interlocutore o ad assicurarsi la sua continuità (“Allora, mi ascolti?” o, in stile shakespeariano, “Prestatemi orecchio!” – e, all’altro capo del filo, “Hm hm!”). Questa accentuazione del contatto (la funzione fàtica,secondo la terminologia di Malinowski) può dare luogo ad uno scambio sovrabbondante di formule stereotipate, a interi dialoghi il cui unico scopo è di prolungare la comunicazione. Dorothy Parker ne ha sorpresi esempi eloquenti: « “Bene!” disse il giovane; “Bene!” essa rispose. “Bene, eccoci qui”, egli disse; “Eccoci qui, non è vero” essa rispose. “Direi proprio che ci siamo”, egli disse “Ooh. Eccoci qua”; “Bene!” essa disse. “Bene!” egli disse, “Bene!” » Lo sforzo mirante a stabilire e a mantenere la comunicazione è tipico degli uccelli parlanti; così la funzione fatica del linguaggio è la sola che essi abbiano in comune con gli esseri umani. È anche la prima funzione verbale che viene acquisita dai bambini, nei quali la tendenza a comunicare precede la capacità di trasmettere o di ricevere un messaggio comunicativo.

La logica moderna ha introdotto una distinzione fra due livelli di linguaggio: il “linguaggio-oggetto”, che parla degli oggetti e il “metalinguaggio” che parla del linguaggio stesso. Ma il metalinguaggio non è soltanto uno strumento scientifico necessario utilizzato dai logici e dai linguisti; esso svolge anche una funzione importante nel linguaggio di tutti i giorni. Come il Jourdain di Molière, che faceva della prosa senza saperlo, noi mettiamo in pratica il metalinguaggio senza renderci conto del carattere metalinguistico del nostro operare. Ogni volta che il mittente e/o il destinatario devono verificare se essi utilizzano lo stesso codice, il discorso è centrato sul codice: esso, svolge una funzione metalinguistica, o di chiosa. “Non ti seguo – cosa vuoi dire?” domanda l’ascoltatore, o, nello stile shakespeariano: “Che cosa è ciò che dici?” E il parlante, a sua volta, anticipando tali domande di recupero, chiede: “Capite quello che voglio dire?” Immaginiamo un dialogo esasperante come questo: “Il fagiolo è stato bruciato”. “Ma che cosa vuol dire bruciato?” “Bruciato vuol dire la stessa cosa che cannato”. “E cannato?” “Essere cannato significa non passare un esame.” “Ma cos’è un fagiolo?” insiste l’interlocutore che ignora il gergo studentesco. “Un fagiolo è (o significa) uno studente universitario del secondo anno”. Tutte queste espressioni equipollenti convogliano informazioni esclusivamente sul codice lessicale italiano; la loro funzione è strettamente metalinguistica. Ogni processo di apprendimento linguistico, in particolare l’acquisizione della lingua materna da parte del fanciullo, si giova largamente di simili operazioni metalinguistiche; e l’afasia può spesso essere definita come una perdita dell’attitudine alle operazioni metalinguistiche.

Ci siamo soffermati su tutti i fattori implicati nella comunicazione verbale eccetto uno: il messaggio. La messa a punto rispetto al messaggio in quanto tale, cioè l’accento posto sul messaggio per se stesso, costituisce la funzione poetica del linguaggio. Questa funzione non può essere studiata con profitto se perdiamo di vista i problemi generali del linguaggio, e, d’altra parte, un’a­nalisi minuziosa del linguaggio stesso esige che si prenda seriamente in considerazione la sua funzione poetica. Ogni tentativo di ridurre la sfera della funzione poetica alla poesia, o di limitare la poesia alla funzione poetica sarebbe soltanto una ipersemplificazione ingannevole. La funzione poetica non è la sola funzione dell’arte del linguaggio, ne è soltanto la funzione dominante, determinante, mentre in tutte le altre attività linguistiche rappresenta un aspetto sussidiario, accessorio. Questa funzione, che mette in risalto l’evidenza dei segni, approfondisce la dicotomia fondamentale dei segni e degli oggetti. Quindi, trattando della funzione poetica, la linguistica non può limitarsi al campo della poesia.

“Perché dici sempre Gianna e Margherita, e mai Margherita e Gianna? Preferisci Gianna alla sua sorella gemella?” – “Niente affatto, ma così suona più gradevolmente”. – In una successione di due nomi coordinati, e quando non interferisca un problema di gerarchia, il parlante sente inconsciamente, nella precedenza data al nome più corto, la miglior configurazione possibile del messaggio. Una ragazza parlava sempre dell’“orribile Oreste”. “Perché orribile?” “Perché lo detesto”. “Ma perché non terribile, tremendo, insopportabile, disgustoso?” “Non so perché, ma orribile gli sta meglio”. Senza rendersene conto, essa applicava il procedimento poetico della paronomasia.

Analizziamo brevemente lo slogan politico I like Ike (/ay layk ayk/): nella sua struttura succinta è costituito da tre monosillabi e contiene tre dittonghi /ay/, ciascuno dei quali e seguito simmetricamente da un fonema consonantico, /...l...k...k/. La disposizione delle tre parole presenta una variazione: nessun fonema consonantico nella prima parola, due intorno al dittongo nella seconda, e una consonante finale nella terza. Hymes ha notato un analogo nucleo dominante /ay/ in alcuni sonetti del Keats. I due cola della forma trisillabica I like / Ike rimano fra loro, e la seconda delle due parole in rima è completamente inclusa nella prima (rima ad eco): /layk/ /ayk/; immagine paronomastica d’un sentimento che inviluppa totalmente il suo oggetto. I due cola formano un’allitterazione, e la prima delle due parole allitteranti è inclusa nel secondo: /ay/ /ayk/, immagine paronomastica del soggetto amante involto nell’oggetto amato. La funzione poetica secondaria di questa formula elettorale rafforza la sua espressività ed efficacia.

Come abbiamo detto, lo studio linguistico della funzione poetica deve oltrepassare i limiti della poesia, e, d’altra parte, l’analisi linguistica della poesia non può limitarsi alla funzione poetica. Le particolarità dei diversi generi poetici implicano, accanto alla funzione poetica dominante, la partecipazione delle altre funzioni verbali in ordine gerarchico variabile. La poesia epica, incentrata sulla terza persona, involge in massimo grado la funzione referenziale del linguaggio; la lirica, orientata verso la prima persona, è intimamente legata alla funzione emotiva; la poesia della seconda persona è contrassegnata dalla funzione conativa e si caratterizza come supplicatoria o esortativa, a seconda che la prima persona sia subordinata alla seconda o la seconda alla prima.

Ora che la nostra rapida descrizione delle seifunzioni base della comunicazione verbale è relativamente completa, possiamo integrare lo schema dei fattori fondamentali con un corrispondente schema delle funzioni: 

  referenziale  
emotiva poetica conativa
  fàtica  
  metalinguistica  

Secondo quale criterio linguistico si riconosce empiricamente la funzione poetica? In particolare, qual è l’elemento la cui presenza è indispensabile in ogni opera poetica? Per rispondere a queste domande occorre ricordare i due processi fondamentali di costruzione usati nel comportamento linguistico: la selezione e la combinazione. Sia “bambino” il tema del messaggio: il parlante compie una scelta in una serie di termini relativamente simili, come bambino, bimbo, marmocchio, monello, tutti più o meno equivalenti da un certo punto di vista; poi, per dichiarare il tema, sceglie uno dei verbi semanticamente affini: dorme, si appisola, riposa, sonnecchia. Le due parole scelte si combinano nella catena parlata. La selezione è operata sulla base dell’equivalenza, della similarità e della dissimilarità, della sinonimia e dell’antinomia, mentre la combinazione, la costruzione della sequenza, si basa sulla contiguità. La funzione poetica proietta il principio d’equivalenza dall’asse della selezione all’asse della combinazione. L’equivalenza è promossa al grado di elemento costitutivo della sequenza. In poesia ogni sillaba è messa in rapporto d’equivalenza con tutte le altre sillabe della stessa sequenza; un accento tonico è uguale ad ogni altro accento tonico; atona uguaglia atona; lunga (prosodicamente) si appaia a lunga, breve a breve; limite di parola corrisponde a limite di parola, assenza di limite corrisponde ad assenza di limite; pausa sintattica corrisponde a pausa sintattica; assenza di pausa corrisponde ad assenza di pausa. Le sillabe si trasformano in unità di misura, ed accade lo stesso delle quantità sillabiche e degli accenti.

Si può obiettare che anche il metalinguaggio usa successioni di unità equivalenti quando combina espressioni sinonimiche in una frase equazionale: A = A (La giumenta è la femmina del cavallo). La poesia e il metalinguaggio tuttavia sono diametralmente opposti: nel metalinguaggio la successione è usata per costruire un’equazione, mentre in poesia l’equazione serve a costruire la successione.

In poesia, e fino ad un certo punto nelle manifestazioni latenti della funzione poetica, sequenze determinate da limiti di parola diventano commensurabili se si avvertono come isocroniche o graduate.

“Gianna e Margherita” ci hanno presentato il principio poetico della gradazione sillabica, lo stesso principio che, nelle cadenze delle epopee popolari serbe, è stato elevato al livello di legge obbligatoria. L’espressione inglese innocent bystander, senza i due dattili che la compongono, difficilmente sarebbe diventata un luogo comune.

La simmetria dei tre verbi bisillabi, con consonante iniziale e vocale finale identiche, conferisce fascino al laconico messaggio di vittoria di Cesare: “Veni, vidi, vici.”

Il ritmo delle sequenze è un procedimento che, al di fuori della funzione poetica, non trova applicazione nel linguaggio. Soltanto nella poesia, con la sua reiterazione regolare di unità equivalenti, si avverte il tempo del flusso parlato, come accade per il tempo musicale (per citare un altro sistema semiotico). Gerard Manley Hopkins, che fu un grande antesignano della scienza del linguaggio poetico, ha definito il verso come «un discorso che ripete totalmente o parzialmente la stessa figura fonica». La domanda che Hopkins pone in seguito: «Ma tutto ciò che è verso è poesia?» può ricevere una risposta definitiva appena la funzione poetica cessa di essere relegata arbitrariamente nel campo della poesia. I versi mnemonici citati da Hopkins (come “Trenta dì conta novembre”), le moderne filastrocche pubblicitarie, le leggi medievali versificate citate da Lotz, o infine i trattati scientifici sanscriti in versi (che la tradizione indiani distingue rigorosamente dalla vera poesia [kavya]), tutti questi testi metrici si servono della funzione poetica senza tuttavia assegnare a tale funzione il ruolo vincolante, determinante, che essa svolge in poesia. In effetti, dunque, il verso oltrepassa i limiti della poesia, ma nello stesso tempo il verso implica sempre la funzione poetica. Evidentemente nessuna cultura umana ignora la versificazione, mentre esistono molti sistemi culturali che ignorano il verso “applicato”; inoltre, anche nelle culture che conoscono il verso puro e il verso applicato, questo appare come un fenomeno secondario e senza dubbio derivato. L’adattamento di mezzi poetici a fini eterogenei non deve oscurare la loro essenza primaria, appunto come gli elementi del linguaggio emotivo, se usati nella poesia, non perdono il loro sapore emotivo. Un ostruzionista in parlamento, per non cedere la parola, può anche recitare “La canzone di Hiawatha” perché questo testo è lungo, tuttavia la poesia resta ugualmente il fine primario di questo testo. È evidente che l’esistenza di pubblicità commerciale nelle forme del verso, della musica e della pittura non basta a separare i problemi della versificazione e della forma musicale e pittorica dallo studio della poesia, della musica e delle belle arti.

Riassumendo, l’analisi del verso è di stretta competenza della poetica,e quest’ultima può essere definita come quella parte della linguistica che tratta della funzione poetica nelle sue relazioni con le altre funzioni del linguaggio. La poetica, in senso lato, si occupa della funzione poetica non solo in poesia, dove questa funzione predomina sulle altre funzioni del linguaggio, ma anche all’infuori della poesia, quando qualche altra funzione si sovrappone alla funzione poetica.

La “figura fonica” reiterativa, nella quale Hopkins identificava il principio costitutivo del verso, può essere ulteriormente precisata. Tale figura utilizza sempre almeno un contrasto binario (e talora più d’uno) fra un rilievo relativamente alto e uno relativamente basso, realizzati dalle diverse sezioni della sequenza fonematica.