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Vivere è raccontarsi vivere

Spero di non avervi scandalizzato con i miei discorsi di stamattina. 

Il succo, in sostanza, è semplicemente questo:
• la vita è una cosa, e il racconto della vita è un’altra cosa
• chiunque volesse scrivere fatti sentimenti e pensieri di se stesso (autobiografia) dovrebbe evidentemente farne una selezione
• la vita non è mai selezione, mentre il racconto è sempre selezione
• a questo punto chiunque capisce che nel racconto la selezione diventa egualmente, anzi forse più importante degli eventi, affetti e pensieri narrati

• in effetti, davanti a una selezione solo chi non è intelligente (gli spiriti grossi, direbbe Dante) non può non domandarsi come e perché la selezione è avvenuta
• dunque un racconto di sé è basato più che sulle cose raccontate (quid), prevalentemente sul come è sul perché (quomodo) sono state scelte e raccontate
• se ciò accade nel racconto, figuriamoci nella poesia lirica, dove lo scopo non è raccontare, bensì esprimere qualcosa che è dentro lo spirito (mente, cuore, animo, anima, ...) del soggetto che parla
• ecco perché mi appare ridicolo, anzi profondamente stupido, indagare “oggettivamente” gli eventi (domandarsi quanti anni aveva Lesbia-Clodia, o in quali strade passeggiava Beatrice), invece di domandarsi come e perché l’autore espone quel che espone
• del resto, non è un caso che – ad es. – Dante insista continuamente sul fatto che solo gli “spiriti grossi” si fermano al significato letterale (denotato) delle poesie, mentre i veri significati sono da indagarsi sui livelli ulteriori del senso (connotato).

A questo punto vale l’obiezione (molto intelligente: complimenti a chi l’ha pensata) su quale valore di oggettività si può dare alle indagini sul senso:
• certamente di più di quella pseudo-oggettività da gossip insulso che certi sacri testi danno alle storielle d’amorucci dei protagonisti
• in ogni caso, piuttosto che oggettività, sarebbe meglio parlare di inter-soggettività, che è tipica
- da un lato del linguaggio, che per sua natura è convenzionale (funzione metalinguistica: col linguaggio si spiega il linguaggio, ossia la natura del soggetto che spiega è la stessa dell’oggetto che è spiegato: “un tavolo ha sei lettere”)
- dall’altro della tecnica delle connotazioni (la cosiddetta retorica, o meglio funzione poetica), che in ogni epoca ha decine di teorizzazioni e spiegazioni.

Poi esiste anche un’ultima, altissima forma di inter-soggettività, che è l’empatia, intesa come capacità di trarre dai segnali linguistici o para-linguistici informazioni corrette sulla realtà affettiva, emotiva e razionale di sé e degli altri: e qui siamo di nuovo molto vicini al limite invalicabile tra il linguaggio e la realtà, però dalla parte superiore (dove interessa ormai ben altro che quante morose avevano Catullo o Dante e cosa ci facevano con l’una o con l’altra).

PS. Spero che le ragazze non ce l’abbiano troppo con me per quelle cose politicamente non-proprio-corrette che ho detto in classe.

PPSS. A proposito: già che ci sono, vi rimando (Tarantino permettendo) alla narrazione del paradosso di “Achille e la tartaruga” di J.L. Borges, che avevo riportato qualche tempo fa su questo forum (in attesa di fornirvi altri rimandi interessanti allo stesso problema):
» http://quomodo.forumfree.it/?t=48079469

Chiedete alla prof Tarantino di spiegarvi come risolvere (filosoficamente) il paradosso: ciò è al di sopra delle mie forze di povero letterato!