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Peri, “Euridice” - 5

SCENA QUINTA

Arcetro

   Già del bel carro ardente
rotan tepidi i rai nel ciel sereno
e già per l’oriente
sorge l’ombrosa notte e ‘l dì vien meno,
né fa ritorno Orfeo
né pur di lui novell’anco si sente.

Coro (Ninfa I)

   Già temer non si dee di sua salute
se de’ campi celesti
scender Nume divin per lui vedesti.

Arcetro

   Viddilo e so ch’il ver quest’occhi han visto,
né regn’alcun timor nel petto mio;
ma di vederlo men dolent’e tristo
struggemi l’alm’e ‘l cor caldo desio.

Aminta

   Voi, che sì ratt’il volo
spiegat’aure volanti,
voi, de’ felici amanti,
per queste piagg’e quelle,
spargete le dolcissime novelle.

Coro (Ninfa III)

   Ecco il gentil’Aminta
tutto ridente in viso:
forse reca d’Orfeo giocondo avviso.

Aminta

   Se de’ tranquilli petti
il seren perturbò nuntia dolente,
messaggiero ridente
la torbida tempesta e i fosch’orrori
ecco disgombro e rassereno i cori.
Non più, non più lamenti,
dolcissime compagne:
non fia chi più si lagne
di dolorosa sorte,
di fortuna o di morte: il nostro Orfeo,
il nostro Semideo,
tutto lieto e giocondo,
di dolcezza e di gioia
nuota in un mar che non ha riva o fondo.

Arcetro

   Come tanto dolore
quetossi in un momento?
E chi cotant’ardore
in sì fervido cor sì presto à spento?

Aminta

   Spent’è il dolor, ma vive
del suo bel foc’ancor chiar’e lucenti
splendon le fiamm’ardenti.
La bella Euridice,
ch’abbiam cotanto sospirato e pianto,
più che mai bella e viva,
lieta si gode al caro sposo accanto.

Arcetro

   Vaneggi, Aminta? O pure
ne speri rallegrar con tai menzogne?
Assai lieti ne fai se n’assicure
che ‘l misero pastore
prenda conforto in sì mortal dolore.

Aminta

   Voi del regno celeste,
voi chiamo testimon, superni Numi,
s’il ver parl’o ragiono.
Vive la bella Ninfa e questi lumi
pur hor miraro il suo bel viso e queste
orecchie udir delle sue voc’il suono.

Arcetro

   Quai dolci e care nuove
ascolt’o Dei del ciel, o sommo Giove!
Ond’è cotanta grazia e tanto dono?

Aminta

   Quand’al tempio n’andaste, io mi pensai
ch’opra forse saria non men pietosa
dell’infelice sposa
gl’afflitti consolar mesti parenti;
e là ratto n’andai,
ove tra schiera di pastori amici
la sventurata sorte
lagrimavan que’ vecch’orbi e ‘nfelici.
Or mentr’all’ombra di quell’elce antiche
che giro al prato fanno,
con dolci voci amiche
erano intenti a disasprir l’affanno,
com’in un punto appar baleno o lampo,
tal’a’ nostr’occhi avanti
sopraggiunti veggiam gli sposi amanti.

Pastore del coro (Tirsi)

   Pensa di qual stupor, di qual diletto
ingombrò l’alm’e i cori
della felice coppia il dolce aspetto.

Aminta

   Chi può del cielo annoverar le stelle
o i ben di paradiso,
narri la gioia lor, la fest’e ‘l riso.
Ridite piagg’e voi campagne e monti,
ditelo fiumi e fonti
e voi, per l’alto ciel zeffiri erranti,
qual fu gioia mirar sì cari amanti.
Qual pallidetto giglio
dolcement’or languia la bella sposa,
or qual purpurea rosa
il bel volto di lei venia vermiglio;
ma sempr’o ch’il bel ciglio
chinasse a terra o rivolgess’in giro,
l’alme beava e i cor d’alto martiro.
Ardea la terra, ardean gl’eterei giri
ai gioiosi sospiri
dell’uno e l’altro innamorato core
e per l’aer sereno
s’udian musici cori
dolci canti temprar d’alati amori.
Io fra l’alt’armonia,
per far liet’ancor voi, mi mess’in via.

Arcetro

   O! Di che bel seren s’ammant’il cielo
al suon di tue parole,
fulgido più che sul mattin non suole
e più ride la terra e più s’infiora
al tramontar del dì ch’en su l’aurora.

Qui torna Orfeo con Euridice.

Orfeo

1.  Gioite al canto mio, selve frondose,
gioite, amati colli, e d’ogn’intorno
eco rimbombi dalle valli ascose.

2.  Risorto è ‘l mio bel Sol di raggi adorno
e co’ begl’occhi, onde fa scorno a Delo,
raddoppia foco a l’alme e luce al giorno
   e fa servi d’amor la terra e ‘l cielo.

Ninfa del coro (Ninfa I)

   Tu sei, tu sei pur quella
ch’in queste bracci’accolta
lasciasti il tuo bel velo, alma disciolta.

Euridice

   Quella, quella son’io per cui piangeste;
sgombrat’ogni dolor donzelle amate:
a ché più dubbie, a ché pensose state?

Ninfa del coro (Ninfa I)

   O sempiterni Dei!
pur veggio i tuoi be’ lumi e ‘l tuo bel viso
e par ch’anco non creda a gl’occhi miei.

Euridice

   Per quest’aer giocondo
e vivo e spiro anch’io:
mirate il mio crin biondo
e del bel volto mio
mirate, donne, le sembianze antiche;
riconoscete ormai gl’usati accenti,
udite il suon di queste voci amiche.

Dafne

   Ma come spiri e vivi?
Com’oggi nell’inferno
spoglian de’ pregi suoi gli eterei divi?

Euridice

   Tolsemi Orfeo dal tenebroso regno.

Arcetro

   Dunque mortal valor cotanto impetra?

Orfeo

   Dell’alto don fu degno
mio dolce canto e ‘l suon di questa cetra.

Aminta

   Come fin giù ne’ tenebrosi abissi
tua nobil voce udissi?

Orfeo

   La bella dea d’Amore,
non so per qual sentiero,
scorsemi di Pluton nel vasto impero.

Dafne

   E tu scendesti entro l’eterno orrore?

Orfeo

   Più lieto assai ch’in bel giardin donzella.

Dafne

   O magnanimo core! 
Ma che non pote Amore?

Arcetro

   Come quel crudo rege,
nudo d’ogni pietà, placar potesti?

Orfeo

   Modi or soavi or mesti,
fervidi preghi e flebili sospiri
temprai si dolci ch’io
nell’implacabil cor destai pietate:
così l’alma beltate
fu mercé, fu trofeo del canto mio.

Aminta

   Felice semideo, ben degna prole
di lui, che su nell’alto,
per celeste sentier rivolge il Sole,
rompersi d’ogni pietra il duro smalto
vidd’a’ tuoi dolci accenti  
il corso rallentar fiumi e torrenti
per udir vicini
scender da gl’alti monti abeti e pini;
ma vie più degno vanto oggi s’ammira
della famosa lira,
vanto di pregio eterno,
mover gli Dei del ciel, placar l’inferno.

Ritornello.

Questo ritornello va replicato più volte, e ballato da due soli del coro.

Ballo a 5.

Tutto il coro insieme cantano, e ballano.

1.  Biond’arcier, che d’alto monte
   aureo fonte
sorger fai di sì bell’onda,
ben può dirsi alma felice
   cui pur lice
appressar l’altera sponda.

2.  Ma qual poi del sacro umore
   sparge il core
tra i mortal può dirsi un Dio:
ei degl’anni il volto eterno
   prende a scherno
e la morte e ‘l fosco oblio.

Questo a 3 senza ballare.

3.  Se fregiat’il crin d’alloro
   bel tesoro
reca al sen gemmata lira,
fars’intomo alma felice
   d’Elicona
l’alte vergini rimira.

Sopra il coro a 5.

4.  Del bel coro al suon concorde
   l’aure corde
sì soave indi percote,
che tra’ boschi Filomena
   né Sirena
tempra in mar sì care note.

5.  S’un bel viso, ond’arde il petto
   per diletto
brama ornar d’altero vanto,
sovra ‘l Sol l’amata diva
   bella e viva
sa ripor con nobil canto.

Sopra l’aria a 4 ma con tre tenori.

6.  Ma se schiva a’ bei desiri
   par che spiri
tutto sdegn’un cor di pietra,
del bel sen l’aspra durezza
   vince e sprezza
dolce stral di sua faretra.

Sopra il coro a 5.

7.  Non indarno a incontrar morte
   pronto e forte
muove il piè guerriero o duce,
là ‘ve Clio da nube oscura
   fa secura
l’alta gloria ond’ei riluce.

8.  Ma che più s’al negro lito
   scende ardito
sol di cetra armato Orfeo
e del regno tenebroso,
   lieto sposo,
porta al ciel palma e trofeo.

E con questo ordine, che s’è descritta, fu rappresentata.