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Seneca, L'amico (ad Luc. 6)

Seneca: non amico sed amicitia carere

Amicizia e amici

 

L. Annaeus SENECA (4 a.C. - 65 d.C.)

Ad Lucilium, VI

 

Seneca Lucilio suo salutem. Seneca (dice) salute al suo Lucilio.
[1] Intellego, Lucili, non emendari me tantum sed transfigurari; nec hoc promitto iam aut spero nihil in me superesse, quod mutandum sit. Quidni multa habeam, quae debeant colligi, quae extenuari, quae attolli? Et hoc ipsum argumentum est in melius translati animi, quod vitia sua, quae adhuc ignorabat, videt. Quibusdam aegris gratulatio fit, cum ipsi aegros se esse senserunt. Capisco, Lucilio, che non mi emendo soltanto ma mi trasfiguro; e non prometto più o spero che niente in me sopravviva, che debba essere mutato. Perché non avrei (cose) che debbano essere raccolte, estenuate, tolte? E questo stesso è argomento di animo traslato in meglio, che i suoi vizi, che finora ignorava, (li) vede. A certi malati si fa congratulazione, quando essi stessi si sono accorti di essere malati.
[2] Cuperem itaque tecum communicare tam subitam mutationem mei; tunc amicitiae nostrae certiorem fiduciam habere coepissem, illius verae, quam non spes, non timor, non utilitatis suae cura divellit, illius cum qua homines moriuntur, pro qua moriuntur. E così bramerei comunicare con te la subita mutazione di me; allora comincerei ad avere più certa fiducia della nostra amicizia, di quella vera, che non la speranza, non il timore, non la cura della sua utilità divelle, di quella con la quale gli uomini muoiono, per la quale muoiono.
[3] Multos tibi dabo, qui non amico, sed amicitia caruerint: hoc non potest accidere, cum animos in societatem honesta cupiendi par voluntas trahit. Quidni non possit? Sciunt enim ipsos omnia habere communia, et quidem magis adversa. Concipere animo non potes, quantum momenti adferre mihi singulos dies videam. Ti darò molti, che non di un amico ma dell’amicizia sono stati privi: questo non può accadere, quando pari volontà di desiderare trae gli animi in onorevole associazione. Che cosa (perché) non potrebbe? Sanno infatti che loro stessi hanno tutte le cose comuni, e appunto di più le contrarie. Non puoi concepire nell’animo quanto di momento io veda che mi apportano i singoli giorni.
[4] ‘Mitte’, inquis, ‘et nobis ista, quae tam efficacia expertus es.’ Ego vero omnia in te cupio transfundere, et in hoc aliquid gaudeo discere, ut doceam; nec me ulla res delectabit, licet sit eximia et salutaris, quam mihi uni sciturus sum. Si cum hac exceptione detur sapientia, ut illam inclusam teneam nec enuntiem, reiciam: nullius boni sine socio iucunda possessio est. ‘Manda’ dici ‘anche a noi quelle cose lì che hai sperimentato tanto efficaci’. Ma io voglio trasfondere in te tutte le cose, e in questo godo di imparare qualcosa, perché io lo insegni; e nessuna cosa mi diletterà, anche se sia esimia e salutare, che io saprò per me solo. Se con questa eccezione (mi) si desse la sapienza, perché io la tenga chiusa e non la enunzi, la rigetterei: il possesso di nessun bene è piacevole senza un compagno.
[5] Mittam itaque ipsos tibi libros, et ne multum operae impendas, dum passim profutura sectaris, imponam notas, ut ad ipsa protinus, quae probo et miror, accedas. Plus tamen tibi et viva vox et convictus quam oratio proderit; in rem praesentem venias oportet, primum quia homines amplius oculis quam auribus credunt, deinde quia longum iter est per praecepta, breve et efficax per exempla. E così ti manderò gli stessi libri, e perché tu non spenda molto (di) lavoro, mentre insegui qua e là le cose utili, metterò note, così che rapidamente tu acceda alle stesse cose che io approvo e ammiro. Tuttavia ti gioverà più la viva voce e la convivenza che il discorso; nel presente è opportuno che tu venga, prima perché gli uomini si affidano più agli occhi che alle orecchie, poi perché è lungo il percorso attraverso i precetti, breve ed efficace attraverso gli esempi.
[6] Zenonem Cleanthes non expressisset, si tantummodo audisset: vitae eius interfuit, secreta perspexit, observavit illum, an ex formula sua viveret; Platon et Aristoteles et omnis in diversum itura sapientium turba plus ex moribus quam ex verbis Socratis traxit; Metrodorum et Hermarchum et Polyaenum magnos viros non schola Epicuri, sed contubernium fecit. Nec in hoc te accesso tantum, ut proficias, sed ut prosis: plurimum enim alter alteri conferemus. Cleante non avrebbe imitato Zenone, se l’avesse solo ascoltato: fu dentro alla vita di lui, vide i segreti, lo osservò, se vivesse in base alla sua regola. Platone e Aristotele e tutta la folla dei sapienti che sarebbe andata in direzione diversa (che poi si divise) trasse più dai comportamenti che dalle parole di Socrate; Metrodoro e Ermarco e Polieno non li fece uomini grandi la scuola di Epicuro, ma la convivenza. E non ti spingo soltanto in questo, che tu progredisca, ma che tu mi giovi: infatti parecchio uno all’altro apporteremo.
[7] Interim quoniam diurnam tibi mercedulam debeo, quid me hodie apud Hecatonem delectaverit, dicam. «Quaeris – inquit – quid profecerim? Amicus esse mihi coepi.» Multum profecit: numquam erit solus. Scito esse hunc amicum omnibus. Intanto, poiché ti devo la giornaliera paghetta, dirò cosa oggi mi ha dilettato presso Ecatone: dice «Chiedi (in) che cosa ho progredito? ho cominciato a essermi amico». Ha progredito molto: non sarà mai solo. Sappi che questo è un amico per tutti.
Vale. Sta’ bene.

 

 Problemi grammaticali

 

 Traduzione interpretativa (qm)

Caro Lucilio.

Mi rendo conto che non solo mi sto liberando della negatività, ma sto cambiando faccia; anche se non garantisco già, né mi illudo che non sopravviva in me più niente da modificare. Perché mai non dovrei avere ancora un bel po’ di cose da rimettere in sesto, da limare, da tirar su? Dopo tutto, comunque, una prova che il cuore è trasformato in meglio è anche il fatto che gli inconvenienti di cui finora non aveva consapevolezza, adesso li vede: a certi malati si fanno i complimenti già solo quando si sono accorti di essere malati!

Mi piacerebbe dunque mettere in comune con te questa mia così inattesa evoluzione; allora avrei ragione di concepire una fiducia più solida nella nostra amicizia, l’amicizia ‘che dico io’, quella che l’illusione, la paura, il calcolo interessato non sanno sradicare, quella dentro la quale gli uomini sono disposti a morire, per la quale muoiono.

Potrei citarti un sacco di gente che non è senza amici, ma senza amicizia: ciò non può succedere, se è una reciproca volontà di aspirazione etica a trascinare i cuori in un autentico legame. Perché non dovrebbe essere possibile? Essi sanno, in realtà, di avere in comune ogni cosa, e tanto più le diversità. Non puoi neanche immaginare quanta energia di progresso io vedo che i giorni, uno dopo l’altro, mi regalano.

Mandami anche a me – dici tu – questi doni, che hai constatato così produttivi. Ma io ho una voglia di rovesciarteli tutti addosso, e mi diverto un po’ ad apprendere soltanto per poter fare che altri da me apprenda. E non mi appagherà nessuna cosa, per quanto eccezionale e risolutiva, se son destinato a saperla solo io. Se la conoscenza fosse concessa con la condizione che io debba tenerla sotto chiave e non gridarla ai quattro venti, la butterei via: di nessuna ricchezza è gratificante il possesso, se non hai con chi spartirla.

Te li manderò, allora, quei libri; e, per non farti perdere troppo tempo a correr dietro alle pagine interessanti, userò l’evidenziatore, così arriverai in un colpo d’occhio a quei passi che mi piacciono un mondo. Tutto sommato, però, ti sarà più stimolante la viva voce e la presenza di persona, che non uno scritto. È il caso che ci incontriamo faccia a faccia: primo perché le persone dan credito più agli occhi che alle orecchie; poi perché è lunghissima la strada dei consigli astratti, breve e produttiva quella delle esperienze.

Cleante non si sarebbe identificato in Zenone se l’avesse soltanto ascoltato: fu presente dentro la sua vita, osservò la sua intimità, prese atto se viveva secondo i suoi principi. Platone e Aristotele, e tutta la sfilza dei filosofi delle più svariate tendenze, apprese più dal comportamento che dalle parole di Socrate; Metrodoro Ermarco e Polieno li rese grandi non la predicazione di Epicuro, ma la vita condivisa con lui. Io, per parte mia, non ti spingo soltanto a crescere, ma a farmi crescere: ci saremo un sacco utili l’uno all’altro.

Intanto, poiché ti sono debitore ogni giorno della mia mancetta, ti dirò che cosa oggi mi ha colpito in Ecatone. Scrive: «Tu vuoi sapere in che sono cresciuto? Ho iniziato a essere amico di me stesso.» Una bella crescita: non sarà più solo. Non dimenticare che un amico così ce l’hanno tutti.

Ciao.