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lauda

La lauda (plur.: le laude) è una poesia di argomento religioso, morale e ascetico.

Nacque e si sviluppò nel secolo XIII, negli ambienti di confraternite religiose laiche, in particolare i cosiddetti laudesi, che si richiamavano al culto mariano, e i disciplinati, devoti della passione di Cristo e dediti a pratiche penitenziali. I membri di queste confraternite usavano radunarsi nei giorni festivi, o partecipare a processioni e funerali, cantando in volgare le loro laude (nome che deriva dalle Laudes, la preghiera del mattino nell’ufficiatura ecclesiastica), ispirate a temi coerenti con le funzioni celebrate.

La struttura metrica delle laude è analoga a quella della ►ballata (anche se non mancano schemi differenti), con uso di versi non sempre perfettamente regolari (commistione di misure differenti, tipo settenari e ottonari; rime imperfette).

I maggiori autori di laude nel ‘200 furono Guittone d’Arezzo (che preferisce il metro della ballata) e Jacopone da Todi (cui forse si deve l’adozione del cosiddetto schema zagialesco: xx; aaax). Si sono conservati numerosi codici manoscritti contenenti laude (laudari): il più celebre è certamente il Laudario di Cortona (fine ‘200-inizio ‘300), in cui sono annotate anche le melodie (ma non è l’unico).

L’epoca d’oro della lauda va dalla seconda metà del ‘200 (un caso a sé e isolato è, per la struttura e il contenuto, il Cantico di Francesco d’Assisi) alla fine del ‘400, quando confluisce nella sacra rappresentazione, che della lauda è la naturale conseguenza (tipici esempi, in questo senso, la famosa Donna de Paradiso di Jacopone, e le laude drammatiche, dette anche misteri, con le quali si mettevano in scena pagine del vangelo o vite dei santi).

La lauda, la cui lingua è ricca di latinismi biblico-liturgici ma anche di termini vernacolari, fu uno strumento di cultura religiosa (tenuta sotto controllo dalle autorità ecclesiastiche), specie se si pensa che le verità della fede, i dogmi, i testi apocrifi e le vite dei santi ne furono spesso l’argomento di fondo; e l’irradiazione dall’Italia centrale (Umbria e Toscana), soprattutto verso il nord, servì anche come veicolo di lingua letteraria, pur con tutti gli adattamenti locali operati da cantori e copisti.