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ipermetro - ipometro

Nella metrica italiana, si dice ipèrmetro un verso di una sillaba (raramente due) in più rispetto al metro dato (es. ottonario in luogo di settenario); si dice invece ipòmetro il verso di una sillaba (raramente due) in meno (es. decasillabo in luogo di endecasillabo). Sono fenomeni abbastanza ricorrenti soprattutto nella poesia giullaresca e nelle laudi delle origini, in conseguenza di una certa abitudine alla irregolarità nella misura dei versi (anisosillabismo); altrove però possono anche essere risultato di errori di trasmissione.

A volte in un verso ipermetro (crescente di una sillaba) la sillaba finale si fonde con la vocale iniziale del verso successivo, limitando la rima alle sillabe interne precedenti. L’espediente, già noto nel ‘200 (Jacopone da Todi), fu ripreso dal Pascoli, che combinò ipermetri e ipometri, sempre compensabili fra di loro. Nella metrica del ‘900, la ricerca di libertà metrica in varie forme riporta casi frequenti di versi che eccedono o mancano di una o più sillabe, entro una sequenza di versi regolari (Montale, Gozzano, Pasolini).

 


Esempi

• Io vo(glio) del ver la mia donna laudare (Guinizzelli) – Sorridile, guardala, appressa(ti) | a mamma, ch’ormai non ha più, | per vivere un poco ancor essa, | che il poco fiato ch’hai tu (Pascoli)